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Signor Villiam, quereli l’imitatore

s.scansani@gazzettadireggio.it

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dalla prima pagina



E aggiungeva la raffica: “L’esercito albanese ha lasciato caserme e armi incustodite: se accadesse da noi in Italia sapremmo noi cosa farcene”. “Ho fermato trecentomila bergamaschi pronti a imbracciare il fucile”.

“Se Berlusconi mi telefona gli faccio sentire il rumore del mio revolver”.

“Abbiamo tutti il mitragliatore in mano e sarà un piacere portarmene un po’ all’altro mondo”.

Il 29 aprile 2008 ancora Bossi ringhiava: “Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti, se vogliono fare gli scontri io ho trecentomila uomini sempre a disposizione, se vogliono accomodarsi”.

Di più: “Abbiamo 300 mila uomini, 300 mila martiri, pronti a battersi e non scherziamo... mica siamo quattro gatti. Credete che avremmo difficoltà a trovare gli uomini? No, perché verrebbero giù anche dalle montagne".

Il 10 agosto 2013: “Meno male che, qui in Valtrompia, ci sono ancora le armi. Un giorno serviranno…”.

Mi si dirà che è folklore che sgorga dal personaggio Bossi. E quindi va interpretato come una forma di espressione politica figurata, funambolica, elementare ed efficace.

Osservo che questa filastrocca ricorrente nell’immaginario di molti italiani è invece un chiodo fisso permanente.

Un chiodo che non ha mai abbandonato la modalità eccessiva di immaginare la politica. Di combattere in politica. Un chiodo che per qualcuno è un atto fisico che confonde il pensiero debole (la barzelletta) con l’impulso forte (la sconfitta del nemico).

Questi qualcuno sono costituzionalmente fascisti e vanno incasellati in un ambito antropologico speciale mai abbastanza studiato. Sono uomini e anche donne contemporanei che scambiano i valori, le regole e la convivenza democratica per una gabbia, insieme costituiscono delle aggregazioni tribali le quali – oggi – sono rintracciabili nei gruppi neofascisti fino ai black bloc.

Ma hanno un difetto di fabbrica ricorrente: se presi in masnada, manipolo, squadra, gruppo esprimono una forza dirompente che non tradisce il proprio “credo”; se presi singolarmente valgono un fico secco. Si smorzano, si cacano sotto, balbettano, chiedono anche scusa. Fanno cilecca.

Ciò succede nella concretezza quotidiana come nella comunicazione virtuale.

Credo che la sparata dell’imitatore (impressionante) di Villiam Rinaldi (lo denunci, santocielo!) corrisponda a un safari nella savana piuttosto che a un confronto politico, democratico, nel secondo decennio del XXI secolo. —

s.scansani@gazzettadireggio.it

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