Gazzetta di Reggio

Reggio

assise: i due delitti del 1992 

«Ci diedero 25 milioni di lire per uccidere»

Tiziano Soresina
«Ci diedero 25 milioni di lire per uccidere»

Il pentito Cortese partecipò all’omicidio di Ruggiero. Ma smentisce Valerio: «Carvelli non c’era, non venne rintracciato»

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Non ha nemmeno bisogno di sottolinearla la sua vicinanza al boss Nicolino Grande Aracri con relativa importanza nel clan, perché essendo arrivato al “grado” di ’ndrangheta del crimine era coinvolto in tutte le storie che contavano nell’ambiente criminale a Cutro e a Reggio Emilia.

Il pentito Angelo Salvatore Cortese – protetto in Assise da due paraventi – parla per tutta la mattinata del suo passato sanguinario, con riferimenti a 360 gradi sulla cosca e relativi cupi progetti. Sui due delitti del 1992 al centro del processo, il collaboratore di giustizia sgombra subito il campo: «Non partecipai all’omicidio di Nicola Vasapollo, ci raccontò tutto a Cutro al suo ritorno Nicolino Sarcone». Discorso completamente diverso sul commando di morte che fece fuori Giuseppe Ruggiero, a Brescello. Ma qui ben presto spunta una discrepanza sulla composizione del gruppo di fuoco, perché secondo la versione del pentito Antonio Valerio ne faceva parte anche Aldo Carvelli detto “Sparalesto”, mentre Cortese ha un ricordo ben diverso: «Doveva partecipare al delitto – spiega – ma non venne rintracciato perché trafficava in cocaina e non era facile trovarlo». Su questa difformità il pm Beatrice Ronchi vuole andarci a fondo e chiede subito a Cortese se ha qualche motivo per “salvare” Carvelli (la sua posizione è stata archiviata, ndr) : «L'ho accusato dell'omicidio di Cremona (di Ruggiero Dramore, ndr) e non avrebbe senso non accusarlo anche di questo se fosse vero. Dico quello che so – ribatte deciso – e voglio avere la coscienza pulita, altrimenti la collaborazione e tutto quello che ho fatto per uscire da questa marmaglia e fango della 'ndrangheta cosa l'ho fatto a fare?». Conferma poi tutto il resto, rivelando quanti soldi vennero versati ai killer in Calabria per far scorrere nuovamente del sangue: «Prima di partire per il Nord – sottolinea – i Ciampà ci consegnarono 25 milioni di lire, aggiungendo che se avessimo avuto bisogno di altri quattrini, sarebbero arrivati con le betoniere». Descrive la «fabbrichetta» della frazione di Cella dove la finta auto dei carabinieri venne preparata dopo averla comprata da un ladro modenese, le divise da militari dell’Arma che portò Nicolino Sarcone e usate come «esca» dagli assassini per la vittima, infine le armi. «Avevamo tutto quello che volevamo: pistole, mitragliette, bombe a mano, lanciarazzi. Con Grande Aracri ne avevamo senza fine, potevamo fare guerra alla Libia. Anche perchè in Calabria tutti i clan per essere tali devono essere armati: e più grandi sono le armi, maggiore è il prestigio». Nella ricostruzione di Cortese coincide anche l'origine della faida che portò ai delitti reggiani, nata con l'omicidio di Rosario Ruggiero detto «Tre dita»: il falegname a Cutro uccise il padre di Valerio che a sua volta chiese e ottenne vendetta ma poi, pur essendo agli arresti domiciliari, fu cooptato nell'omicidio di Brescello come autista. Sullo stratagemma dei finti carabinieri spunta persino un racconto tragicomico. Volevano uccidere – in Calabria – Riccardo Mauro e per ben due volte tutto sfumò. In un'occasione l'auto camuffata da mezzo dell'Arma bucò una gomma. In un'altra l'auto rimase senza benzina perchè un altro affiliato del clan, scambiandola per vera, gli aveva «succhiato via» il carburante. I membri del commando, rimasti a piedi, furono quindi costretti a impersonare davvero i carabinieri, allontanando con la paletta le macchine dei curiosi, smistando il traffico... —



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