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Votare, votare, votare

Stefano Scansani
Votare, votare, votare

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sulle elezioni di oggi e sulla necessità di "prendere parte"

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REGGIO EMILIA. L’italianissima campagna elettorale per l’ideale e la costruzione dell’Europa si è conclusa con l’esortazione del ministro Luigi Di Maio. Eccola, soave: “Più lavoro e meno stronzate”. Non poteva esserci diversa e più coerente constatazione, dopo mesi e mesi di libera caduta contrattuale e verbale.

Al voto sono chiamati 426.828.171 europei per eleggere 751 europarlamentari che si ridurranno a 705 se Londra deciderà una volta per tutte di imboccare la Brexit. Mentre i primi dei 28 paesi dell’Unione anticipavano per loro tradizione l’andata alle urne (Olanda, Gran Bretagna, Irlanda e Repubblica ceca, Slovacchia, Lettonia e Malta), da noi si continuava e continua a parlar d’altro.

Eppure per noi, che siamo ai confini, l’Europa con il suo club di Stati, dovrebbe esercitare una forza centripeta: di potente e vitale attrazione al centro, perché l’Italia è un Paese fondatore, perché le alternative sarebbero quelle dell’incastellamento nazionalistico (praticato nel Medioevo) o della nostra delocalizzazione sotto altre influenze e inesplorati condizionamenti.

Nel pensare in grande non si può sbagliare. L’idea originaria, sessantennale, di costituire gli Stati Uniti d’Europa è complessa e faticosa, ma bellissima, necessaria. È un kit di sopravvivenza italica, e una modalità senza alternative per parare l’egemonia degli Stati Uniti d’America, l’espansività della Federazione Russa, l’immensità della Repubblica di Cina.

Mentre questi colossali ingranaggi mondiali ruotano, macchinano, macinano, la penisola italiana appare sempre più un istmo che congiunge due terre, inevitabilmente. L’Europa e l’Africa. Noi da chissà quando amiamo il “particulare”, il nostro piccolo. Non tanto dell’Italia pre-unitaria, quella dei principati o feudale, ma quella grottesca d’una ventina di anni fa.

Ricordate? Nelle fantageografia di certa politica la penisola doveva essere tagliata a sud del Po. A nord del Po però sussistevano differenze considerevoli fra l’antica porzione venetica a est e quella celtica a ovest. Poi, piano piano, il reticolato è stato fatto scendere sotto Firenze dove la bandiera localistica esibiva lo stemma con le palle medicee. I disegni brulicavano di filo spinato e campi minati a cavallo dell’Appennino e di squali minacciosi nel Tirreno e in Adriatico, in difesa del presunto Nord.

Poi è capitato che il secessionismo s’è fatto autonomismo e quindi federalismo che è sbocciato in nazionalismo, senza più distinzioni, autonomismi e offese regionalistiche. Pax Italica. A causa dell’irrisolta migrazione dall’Africa (colpa di Roma e colpa di Bruxelles) e della reazione contro l’insipienza della Ue, è andata a finire così: la linea di separazione s’è spostata sul crinale alpino con l’impulso sovrano di staccarci dall’Europa. Da Sterzing-Vipiteno a Mpidusa-Lampedusa.

Questa deriva irrisolta ci connette sempre più all’Africa. Per gestire la migrazione africana, contemporaneamente, serve l’Europa e il nostro stare/decidere in Europa. L’alternativa è quella di restar fuori dai destini del mondo.

Nella nostra porzione peninsulare nei mesi trascorsi queste riflessioni – drammatiche e doverose – non si sono percepite. La frenesia litigiosa per l’acquisizione del consenso ha spuntato qualsiasi provvedimento, buono o pessimo che fosse. Così che ogni riforma o controriforma economica, sociale, per il lavoro o la sicurezza s’è svelata un monster (mostro).

Da ciò la magnifica chiosa morale del ministro: “Più lavoro e meno stronzate”. A cui un altro ministro potrebbe rispondere “Bacioni, chi si ferma è perduto…”.

Da questa rissa di slogan paiono distare anni luce le parole pronunciate da Sergio Mattarella soltanto il 18 ottobre 2018, nella commemorazione del suo predecessore Giovanni Gronchi: “Non va dimenticato che la sua presidenza ha accompagnato la scelta della nascita e dell’avvio dell'integrazione europea. Di quella che oggi si chiama Unione europea e che - pur con lacune e contraddizioni - ha assicurato un patrimonio inestimabile di pace e di benessere. Insomma, una coscienza internazionale nuova”.

Altri anni luce. Al suo insediamento, 11 maggio 1955, Gronchi sottolineava la “ferma distinzione tra significato e insopprimibilità dei valori patriottici e le infatuazioni di vuoti rigurgiti nazionalistici”. Oggi, se davvero non sapete che parte prendere, prendete parte. Partecipate al voto perché il rischio è che per casa nostra decidano gli indecisi. Casa nostra che è l’Europa e Reggio Emilia.

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