Lui nega lo stupro della donna incinta e chiede sui vestiti l’esame del Dna
FABBRICO. È ormai chiaro che sarà una sorta di muro contro muro il processo – avviatosi ieri pomeriggio in tribunale a Reggio Emilia – che vede un imbianchino marocchino 45enne alla sbarra perché avrebbe sequestrato e stuprato, il primo settembre 2018, una giovane di 23 anni, all’epoca incinta di cinque mesi.
Dal 19 gennaio scorso il nordafricano, incensurato, è in carcere e da sempre nega su tutta la linea. Da qui la richiesta ieri in aula – attraverso gli avvocati difensori Carmine Migale e Giovanni Tarquini – che venga fatto il test del Dna su eventuali tracce biologiche che venissero trovate sugli indumenti intimi della giovane che l’accusa. Lei si era presentata il giorno dopo al pronto soccorso e gli indumenti intimi da allora sono conservati in una busta chiusa. L’istanza difensiva verrà valutata durante il processo dalla Corte (presieduta da Simone Medioli Devoto, giudici a latere Sarah Iusto e Stefano Catellani) ma più avanti.
Ieri la giovane – non presente in udienza – si è costituita parte civile tramite l’avvocato Alessandro Magnani. Si tornerà in aula a fine novembre per sentire la 23enne e quattro testimoni indicati dal pm Valentina Salvi. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, dopo una serata con alcuni amici diretti in discoteca, la giovane aveva deciso di tornare a casa; essendo a piedi, aveva ottenuto un passaggio dal 45enne. Secondo il racconto della vittima però, invece di portarla a destinazione, il 45enne – in compagnia di un connazionale del quale si sono perse le tracce – avrebbe cominciato a fare il giro dei bar: alle sue rimostranze l’uomo l’avrebbe condotta in un appartamento (a Fabbrico, dove lui vive) e, dopo averla costretta a bere un’intera bottiglia di birra, ne avrebbe abusato sessualmente e ripetutamente. La 23enne sarebbe stata trovata sull’auto del marocchino, sola e sotto shock; aveva subito sporto denuncia ai carabinieri di Bagnolo, indicando solo un nome, identificato dopo mes i. —
T.S.
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