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Quando la bolla in cui si vive su Facebook è lontana anni luce da confronto e realtà

JACOPO DELLA PORTA
Quando la bolla in cui si vive su Facebook è lontana anni luce da confronto e realtà

La delusione dei tanti che non si spiegano il divario tra quello che percepivano sui social e l’esito del voto 

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L’ANALISI

JACOPO DELLA PORTA

“Ma come? Prima vi lamentavate tutti del sindaco e poi lo avete rieletto?”.

Lo stupore, se non addirittura lo sdegno, lunedì sera, a scrutini conclusi, correva sulle pagine Facebook di tanti elettori. Uno spiazzamento che ha coinvolto moltissime persone, almeno da quanto si poteva leggere in quel variegato universo di “Sei di (nome del comune) se…”.

Pagine nate con l’intento di fornire informazioni sulla realtà locale, che poi sono rimaste vittime della logica dei social, che per loro natura sono inclini al messaggio sensazionalistico, impulsivo, lamentoso e distruttivo.

Questo clima di stupore post-elettorale suggerisce una riflessione sul rapporto tra Facebook e la politica locale.

Lo spaesamento di tanti utenti rivela la convinzione di fondo che il microcosmo dei social rappresenti la totalità delle comunità nelle quali vivono. L’autoreferenzialità non è un difetto dei giorni nostri ma è ormai opinione comune che i meccanismi di Facebook, Youtube, Google, favoriscano sempre di più la costruzione “di bolle di filtraggio”, che naturalmente non fanno bene alla vita di una comunità, che invece ha bisogno di confronto e di dialogo. Gli algoritmi ci ritagliano un vestito su misura, che diventa presto una camicia di forza, un campana di vetro dove finiamo per “cantarcela e suonarcela” con chi la pensa come noi. A peggiorare le cose ci si mette il fatto che le persone ragionevoli sempre di più evitano di farsi coinvolgere da un confronto così malsano, che definire da bar sarebbe offensivo per la nobile funzione aggregativa che i bar hanno sempre svolto in Italia.

Confondere le 10-15 persone che ogni giorno postano foto di deiezioni canine ed erbacce alte (spesso con toni indignati che andrebbero forse riservati a cause più nobili) con il proprio territorio di appartenenza è una semplificazione eccessiva persino per i nostri tempi. Leggere la realtà della politica locale con gli occhiali dei “mi piace” e delle condivisioni di un post può avere effetti distorsivi. Eleggere la piazza virtuale a luogo privilegiato per fare opposizione o diffondere le proprie narrazioni politiche rischia di tradursi in una delusione. La delusione del giorno dopo, appunto, dei tanti che non si spiegano il divario tra quello che percepivano nella loro bolla e le scelte avvenute al di fuori.

La seconda osservazione che questa tornata elettorale suggerisce, in materia di voto e social network, riguarda quanto siano più o meno influenzabili gli elettori in base ai messaggi che giungono in modo martellante dalla rete.

A livello internazionale si è molto discusso del ruolo che Facebook, Twitter o Youtube hanno avuto nel condizionare importanti appuntamento elettorali, come la Brexit o l’elezione di Trump.

Il voto locale, a mio avviso, dimostra però che i cittadini, quando devono scegliere su argomenti che li toccano in prima persona – parliamo dell’erogazione dei servizi – valutano persone e programmi e sono piuttosto avversi al rischio e di conseguenza meno suggestionabili.

Ogni giorno, navigando sulla rete, vediamo come sia facile esprimere giudizi perentori su questioni molto complesse, con sprezzo del pericolo e del ridicolo (“Draghi non ha le competenze per gestire la Bce”, “Assad governava la Siria come un amorevole padre di famiglia”, “con la lira staremmo tutti meglio”, e così via). Forse in questi ambiti così lontani (apparentemente lontani) il margine di influenzabilità del cittadino può essere ampio. Ma quando in definitiva si tratta di decidere delle scuole che frequentano i nostri figli o degli ospedali dove ci curiamo diventiamo un po’ meno fantasiosi e creativi. —



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