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«Il nostro scopo nella vita è rendere migliore il mondo»

Alexia Piazza
«Il nostro scopo nella vita è rendere migliore il mondo»

L’ambientalista Davide Celli e l’animalista Andrea Cisternino a confronto Protagonisti di una serata all’agriturismo Sole Luna di San Cassiano

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Baiso. Davide Celli, scrittore e vignettista bolognese, ambientalista convinto, figlio del noto entomologo ed etologo Giorgio Celli (morto nel 2011) e Andrea Cisternino, ex fotografo di moda, animalista, fondatore del “Rifugio Italia” di Kiev, per cani randagi e maltrattati, autore del suo terzo libro “Diario di un povero animalista”, presentato a fine serata. Assieme, sono stati i protagonisti di un incontro all’agriturismo Sole Luna di San Cassiano, dedicata a “Uomini e animali”. Lo scopo era quello di sensibilizzare il pubblico sulla condizione, spesso drammatica, che vivono specie a rischio e non, quali orsi, lupi ma anche cani e gatti.

Cosa lega Celli e Cisternino?

«La passione – risponde Celli – e uno scopo nella vita: quello di rendere questo mondo migliore. Andrea difende i cani e un po’ tutti gli animali. Io difendo gli orsi e più in generale l’ambiente selvaggio».

Che cosa l’ha portata sull’Appennino reggiano?

«Sono stato invitato dagli amici dell’associazione Macrobiotica Upm di Reggio Emilia che hanno una visione del mondo che, in parte, coincide con la mia per quel che riguarda la difesa degli animali, delle piante, dell’ambiente. Spesso mi chiedono di fare conferenze e incontri».

La scelta ambientalista è tra le eredità che le ha lasciato suo padre?

«Mio padre mi ha lasciato fisicamente dieci tonnellate di libri, quindi una delle biblioteche private più grandi d’Italia. Per quanto riguarda i suoi ideali, me li ha lasciati praticamente tutti. Mi ha inculcato l’idea che devo difendere questo pianeta e che devo combattere le scelte sbagliate: contrastarle apertamente anche se questa decisione fa finire sui libri neri ma permette, alla fine, di dormire la notte sonni tranquilli».

Quindi quando ha iniziato a “uscire allo scoperto?”

«C’è un episodio che mi ha segnato la vita ed è stata l’uccisione dell’orsa Daniza, che aveva due cuccioli, nel settembre 2014. Aveva ferito una persona, aveva fatto incursioni in aziende agricole e alla fine è stata anestetizzata per catturarla, ma non ha retto alla sedazione. Era un periodo abbastanza buio, soffrivo di depressione. Quando gli animalisti che hanno denunciato la morte dell’orsa mi sono venuti a cercare nella casa in Trentino nella quale vivo con un gruppo di animalisti, è come se fossi uscito dal letargo. Ho deciso che dovevo oppormi a questa cosa e la mia vita è cambiata».

Cisternino, lei da molti anni contrasta i “dog hunter” ucraini. Qual è stata la sua esperienza?

«Sto cercando di aiutare a cambiare quel Paese. E i risultati ci sono stati: siamo riusciti a fare passare una legge secondo la quale chi uccide un animale rischia fino a otto anni di reclusione. Una condanna ben più severa di quelle italiane».

Il suo primo rifugio per cani, nel 2015, è stato dato alle fiamme, sono morti 80 animali. È mai stato trovato il colpevole?

«La polizia ha fatto le indagini, è stato accertato che si è trattato di un incendio doloso ma i colpevoli non sono stati trovati. Si è capito che era stato progettato a tavolino: è bruciata solo l’area dove vivevano i cani, gli animali e la cucina dove c’era il cibo».

Adesso la situazione com’è?

«Si è un po’ tranquillizzata e, per quanto riguarda i randagi, ce ne sono ancora, ma molto meno di prima, e soprattutto stiamo cercando di fare una campagna per favorire la sterilizzazione».

Il suo impegno in quel paese l’ha segnata?

«Soprattutto psicologicamente. È l’aspetto più duro. Poi quando vedi i tuoi cani che bruciano la sofferenza è enorme. Ma proprio quella vicenda terribile mi ha dato una grande forza: dopo l’incendio, ho scritto una canzone, ho scritto il mio terzo libro. Ho sfogato così tutta la rabbia che avevo dentro».

Di cosa parla il libro che ha anche presentato anche qui a San Cassiano?

«Il libro racconta storie di animali ed è uno spaccato della mia vita: racconta dell’incendio, del rifugio, di quello che penso io dell’animalismo, della mia condizione. Si chiama “Diario di un povero animalista” perché sono povero, non ho una lira. Sono passato dalle star della moda che fotografavo a costruire stalle. Ma sono contento di questo cambiamento. Una volta mi sono chiesto che cosa avrei lasciato dopo la mia morte, e mi sono reso conto che avrei lasciato solo foto di moda. Ora invece lascio dei libri, dei rifugi, delle stalle, delle canzoni». —

Alexia Piazza

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