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il caso 

Paolini va sotto processo per evasione dai domiciliari

Tiziano Soresina
Paolini va sotto processo per evasione dai domiciliari

Nel gennaio 2017 i carabinieri avevano suonato più volte ma senza risposta L’imputato di Aemilia: «Citofono rotto e il tecnico non l’aveva aggiustato»  

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Nuovi guai giudiziari per uno degli imputati più in vista del maxiprocesso Aemilia, cioè il 66enne Alfonso Paolini che in primo grado è stato condannato – per associazione mafiosa – a 15 anni e 8 mesi di carcere.

Guai strettamente legati proprio al procedimento nell’aula-bunker, visto che durante i mille giorni di Aemilia, precisamente il 30 gennaio 2017, era stato denunciato dai carabinieri per evasione dagli arresti domiciliari. I militari quel giorno si erano recati per un controllo di routine nell’abitazione di Paolini a Fogliano.

Più volte avevano suonato al citofono ma nessuna rispondeva, da qui la deduzione che si era allontanato senza autorizzazione dall’abitazione.

Relazione di servizio dei carabinieri avallata dal pm Maria Rita Pantani, da qui l’accusa di evasione e denuncia a piede libero.

Il 66enne – che è difeso dal legale Federico De Belvis – si difende dicendo che si era accorto del citofono non funzionante e aveva chiesto l’intervento di un tecnico pochi giorni prima del controllo dei carabinieri. Ma l’intervento non era stato ancora fatto e, pur essendo in casa, non si era reso conto dell’arrivo dei militari. Vero? Falso? Se ne occuperà a breve un giudice.

Il 31 ottobre scorso – giorno della storica sentenza di primo grado contro la ’ndrangheta al Nord – erano scattati gli arresti per 15 condannati sino a quel momento a piede libero.

Come da richiesta dei due pm antimafia, era stato disposto infatti l’arresto immediato perché considerati elementi a loro volta di spicco dell’associazione mafiosa, emersi con maggior vigore col procedere del processo.

Una misura cautelare che era rimasta in sospeso al termine della lettura della sentenza.

In realtà con un’ordinanza il presidente del collegio Francesco Caruso e i giudici a latere Cristina Beretti e Andrea Rat, avevano già accolto la richiesta della Dda.

Fra i condannati per associazione mafiosa non era invece rientrato in carcere Alfonso Paolini, ai domiciliari per le conseguenze di un serio problema cardiaco.

Scarcerazione che non era stata disposta a Reggio Emilia (la perizia richiesta aveva ritenuto le sue condizioni di salute compatibili con il carcere) ma dal Riesame di Bologna, dove la difesa aveva impugnato la decisione del collegio giudicante di Aemilia.

Per la Dda il 66enne – originario di Cutro ma da tempo residente a Reggio Emilia – è un affiliato della cosca emiliana con la propensione ad addetto alle pubbliche relazioni per tutte le conoscenze che ha tra le forze dell’ordine. Tesi condivisa dalla Corte di Aemilia che ha pesantemente condannato Paolini.

Nell’arringa il difensore De Belvis aveva chiesto l’assoluzione per il suo assistito, ritenendo mancanti gli elementi di prova. —



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