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Prostituzione sulla via Emilia, arrestata la gang degli albanesi

Uno dei video nei quali si vede la prostituta accompagnata sul posto di lavoro dallo sfruttatore albanese
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Uno dei video nei quali si vede la prostituta accompagnata sul posto di lavoro dallo sfruttatore albanese

Rubiera, operazione della mobile di Modena che ha decapitato l’organizzazione composta da 12 persone. Almeno 20 le lucciole obbligate a battere il marciapiede con la violenza

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RUBIERA. Tenevano saldamento in pungo il giro della prostituzione lungo la via Emilia, a Modena e Rubiera fino a arrivare a Castelfranco Emilia, alle porte di Bologna. Non solo, la banda di sfruttatori albanesi spacciava anche droga.. All’alba di martedì 4 giugno la Squadra mobile della Questura di Modena ha decapitato l’organizzazione(colpita da un’ordinanza cautelare emessa dal gip di Modena Eleonora Pirillo), con un blitz che ha portato in carcere dodici persone, tra Modena e Rubiera, accusate a vario titolo di tentato omicidio, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, cessione di sostanze stupefacenti.

Il boss. Ai vertici della gang c’era Alberto Bicerri, albanese, 42 anni, residente a Rubiera, accusato, in concorso, di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Era lui, secondo gli investigatori, che sovrintendere e controllava il business delle “lucciole”, tutte provenienti dall’Albania e dall’Ucraina, reclutate in loco e obbligata, una volta in Italia a battere il marciapiede. L’operazione Fossalta, questo il nome dell’inchiesta, nasce dalla indagini della mobile modenese su una faida interna alla comunità albanese che ha raggiunto il suo culmine il 5 aprile scorso, appunto in località Fossalta, quando si è scatenata una sparatoria tra gli occupanti di due auto. L’episodio è stato immediatamente inquadrato dagli inquirenti come legato a contrasti nella gestione del territorio da parte delle bande albanesi dedite allo sfruttamento della prostituzione.

La faida. Le indagini immediatamente avviate hanno presto portato alla conferma che vi era stata una scissione all’interno del gruppo che controllava il giro dalla quale era nata la lotta tra la vecchia e la nuova fazione per la spartizione e il controllo del territorio. Qualche tempo dopo le acque, tra le due fazioni, si sono calmate anche grazie all’intermediazione di uno dei componenti dell’organizzazione, anche lui finito in carcere.

La banda di albanesi aveva allestito un giro di prostituzione ampio e remunerativo. Nel corso dell’attività, gli agenti della mobile hanno identificato almeno venti donne sfruttate dagli arrestati, molte delle quali costrette a prostituirsi con metodi violenti e obbligate a lavorare per strada o in alcuni appartamenti a luci rosse, per molte ore di seguito. Avevano un orario di lavoro inderogabile: dalle 20 fino alle prime luci dell’alba. E costante era il controllo che i componenti della banda esercitavanosull’attività delle ragazze: lo sfruttatore non le perdeva d’occhio un minuto. Un controllo a distanza che prevedeva anche che le ragazze dovessero avvisare i magnacci di ogni loro spostamento. Speso utilizzavano messaggi criptati che i poliziotti, però, sono riusciti e decifrare. Inoltre nessuno degli sfruttatori né delle ragazze era in possesso di permesso di soggiorno. Utilizzavano i 90 giorni del dal visto turistico per delinquere e rientrare nel paese d’origine per soli tre o quattro giorni, prima di far rientro in Italia. —

 

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