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Il caso 

Cinque gli indagati per l’accoltellamento

Cinque gli indagati per l’accoltellamento

Nei guai per lesioni gravi, rischiano che diventi tentato omicidio  Sentiti due finiti nell’inchiesta per il ferimento al bar Esperia

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REGGIO EMILIA. Comincia a diradarsi la “nebbia” che fin dal primo momento ha avvolto l’accoltellamento – la sera del 15 febbraio scorso – di un albanese di 39 anni davanti al bar Esperia, in viale Piave, a pochi passi dalla Questura.

INDAGINI E BAR CHIUSO

Sulla vicenda di sangue le indagini della squadra mobile hanno portato ad indagare cinque cinesi – di età compresa fra i trenta e i cinquant’anni – accusati di lesioni aggravate in concorso.

Inoltre per il bar Esperia (anche la titolare risulta indagata) è stata disposta la chiusura del locale per novanta giorni.

E in piena fase di indagini, ieri mattina – in tribunale – si è tenuto un incidente probatorio davanti al gip Giovanni Ghini, che ha coinvolto due cinesi indagati (sono difesi dal legale Vincenzo Belli), il pm Laura Galli (titolare del fascicolo) e tutti gli avvocati delle parti in causa.

BOTTA E RISPOSTA IN AULA

Circa due ore intense e battagliate, perché all’orizzonte potrebbe esserci un aggravamento dell’accusa in tentato omicidio. Vedremo.

Entrambi i cinesi sentiti hanno ammesso di aver partecipato all'aggressione per difendere la proprietaria del bar.

Il marito della barista aveva raccontato – il giorno dopo, ai cronisti – che l'albanese aveva giocato quella sera nel loro locale con le macchinette: «Diceva di aver vinto 100 euro, ma in realtà erano solo 60 euro. Ho tentato di spiegargli che quella slot non è mia e non so come funziona, avrei dovuto aspettare il giorno successivo per contattare la ditta che ce la fornisce. Ma lui è impazzito e ha cominciato ad urlare. Ha preso una bottiglia di birra – aveva concluso il marito – e ha colpito mia moglie al labbro». Nella foga ha rotto anche il vetro della macchinetta.

IL COLTELLO NON SI TROVA

Uno dei cinesi sentiti ieri ha ammesso di aver dato un colpo con un bastone non all'albanese accoltellato, ma a un altro, che era il fratello.

L'altro cinese, invece, ha detto di essere entrato nel bar e di aver avuto una colluttazione a mani nude con l'albanese poi accoltellato, colpendolo con pugni al volto. Entrambi hanno però negato di averlo ferito con un coltello (peraltro mai trovato, ndr), e hanno indicato in uno degli altri indagati il responsabile dell'aggressione all'arma bianca.

IL LEGALE DEL 39ENNE

L'albanese 39enne è tutelato dall'avvocato Giuseppe Caldarola che ha riferito – in aula – come il suo assistito avesse colpito involontariamente la proprietaria, mentre si sbracciava, e che poi lei ha fatto un selfie mostrando il labbro sanguinante e una videochiamata a un cinese che ha coinvolto gli altri.

La barista, assistita dall'avvocato Mario Di Frenna, viene inquadrata dagli inquirenti come la mandante dell'aggressione per aver chiesto rinforzi ai connazionali.

La replica difensiva è che la barista 47enne era in difficoltà rispetto agli albanesi che esigevano il denaro e che la videochiamata era per motivi di sicurezza, mentre l’avvocato Caldarola ha ribattuto che la situazione era tornata calma e i due albanesi sono stati presi alla sprovvista dall’entrata in scena aggressiva dei cinesi. —

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