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Vittorio Sgarbi risponde alla Chiesa reggiana: «Turpiloquio? Posso aver peccato. Ma il Papa s’immischia nella politica»

Vittorio Sgarbi
Vittorio Sgarbi risponde alla Chiesa reggiana: «Turpiloquio? Posso aver peccato. Ma il Papa s’immischia nella politica»

La lettera aperta inviata da Vittorio Sgarbi alla Gazzetta di Reggio in risposta alle critiche rivolte dalla diocesi di Reggio Emilia: «Amareggiato per la condanna. Preferisco chi parla di tradizione cristiana a quanti la rimuovono»

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Il nostro Direttore ha ricevuto questa Lettera aperta da Vittorio Sgarbi per il vescovo di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca.


Caro Direttore,
sono molto amareggiato per le dure parole di un vescovo che consideravo amico, e di cui ricordo la perfetta concordia sugli interventi devastanti, nella cattedrale di Reggio, di artisti acclaratamente atei, verso i quali egli mi manifesto al telefono la sua avversione insieme al disappunto per le scelte estetiche del vescovo emerito Adriano Caprioli, che oggi difende. Parlammo a lungo, ed egli, seguace di don Giussani e amico di Formigoni, nel cuore di Comunione e Liberazione, sapeva della mia vicinanza spirituale alla Chiesa cristiana.

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Posso aver peccato, nelle parole e nelle opere, ma sono assai meravigliato della severa posizione assunta nei miei confronti, con l’assoluta assenza di ironia nella condanna del vescovo, per quelle che erano nulla di più che battute, forse eccessive ma assolutamente prive di spirito antagonistico.

Io ho sempre difeso la Chiesa, non in ogni circostanza, e il mio pensiero, rispetto alla posizione politica assunta dal Papa e da alcuni esponenti della Curia, coincide con quella del cardinale Müller di cui qui voglio ricordare, al vescovo e a chi mi legge, il pensiero.

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Sono partito giudicando non condannabile il riferimento alla croce, al rosario, alla Vergine e ai santi, di Salvini,e ritenendo assai più grave che la Chiesa faccia esplicitamente politica.

Alcuni vescovi, che preferisco non citare, perché sono ben identificabili, dovrebbero interrogarsi sul fatto di avere indicato, sia pure in maniera indiretta, ai fedeli di votare per il Pd, cioè per un partito pro aborto, eutanasia, matrimonio omosessuale, utero in affitto, e contrario all’obiezione di coscienza. E non è detto che, sia pure in maniera marginale, il loro appello non sia stato seguito.

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E monsignor Camisasca, che è stato vicino a Giussani, dovrebbe ricordare che, per oltre cinquant’anni, la chiesa è stata prevalentemente allineata a un partito politico, e pur laico, che si chiamava “Democrazia cristiana”, esibendo nel simbolo la croce. Oggi i vescovi sembrano averlo dimenticato. E io in piazza a Reggio, nella parte seria, ho fatto esplicito e convinto riferimento a Costantino, alla sua croce esibita: “In hoc signo vinces”.Questo non è stato ammesso a mia difesa come, per parte laica, la citazione di Benedetto Croce (nomen omen): “Non possiamo non dirci cristiani”.

Il resto, turpiloquio compreso, erano barzellette, battute, per le quali chiedo scusa a monsignor Camisasca e alla sua sensibilità. Ma, per quello che riguarda il Papa, partivo dalla posizione del cardinale Müller: “Dire, come hanno fatto il direttore di Civiltà cattolica, padre Antonio Spadaro, e il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, che Matteo Salvini non è cristiano perché è contro l'immigrazione, è stato un errore.

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In questa fase la Chiesa fa troppa politica e si occupa troppo poco di fede”. E ancora, con grande precisione: “La Chiesa non è un partito politico con le sue lotte per il potere. Dobbiamo discutere sulle domande esistenziali, sulla vita e la morte, sulla famiglia e le vocazioni religiose, e non permanentemente sulla politica ecclesiastica. Papa Francesco è molto popolare, e questo è un bene. Ma la gente non partecipa più ai Sacramenti.

E la sua popolarità, tra i non cattolici che lo citano con entusiasmo, non cambia purtroppo le loro false convinzioni. Emma Bonino, per esempio, loda il Papa ma resta ferma sulle sue posizioni in tema di aborto, che il Papa condanna”. Questo il tema vero. Non le battute.

E ancora, nella speranza che monsignor Camisasca lo consideri; “immischiarsi nella politica, quando ci sono un Parlamento e un governo legittimati democraticamente, come in Italia, è un errore. Meglio parlare con Salvini, discutere, o correggerlo quando è necessario... ci sono Paesi che vogliono scristianizzare l'Italia e l'Europa, mentre Salvini si è rifatto ai patroni dell'Unione Europea, alle sue radici cristiane. Preferisco chi parla di tradizione cristiana a quanti la rimuovono. È assurdo che collaboratori del Papa come Spadaro si ergano a giudici politici. Chi lo autorizza?”. O forse il cardinale Müller non merita l’attenzione di monsignor Camisasca? Io lo considero una fonte di ispirazione, e no mi sono mosso dal suo solco. Vorrà contestarne la dottrina, monsignor Camisasca?

“Teologicamente è una bestialità dire che una persona non è cristiana, se è stata battezzata e cresimata. È un giudizio politico. E proprio l’immigrazione è un tema politico con motivazioni etiche profonde. Si può dire che un politico lo affronta da buon cattolico o da cattolico meno buono. Possiamo ammonire ma non ostracizzare... Non si può dire che chi non condivide l'accoglienza degli immigrati non è cristiano. Chiaramente dobbiamo accogliere gli immigrati, ma non identificarci con una sola politica. La gente non capisce, è disorientata. Quando Salvini critica il Papa nel comizio a piazza Duomo, a Milano, e c’è l’applauso, dove siamo finiti?”. Conclude Müller: “È singolare che il Papa riceva le persone più laiciste, e non Salvini. Dialoga col regime del Venezuela, o con la Cina che mette milioni di cristiani nei campi di rieducazione, distrugge le chiese, perseguita i cristiani. Ma qui in Italia non siamo in Cina. Devi parlare con tutti in uno spirito di fratellanza”.

La mia Chiesa, quella in cui io confido, è questa. I paradossi sul Papa erano una estremizzazione di cui chiedo volentieri scusa. Ma la battuta su Papa Bergoglio all’inferno è soltanto un riferimento alla inclinazione politica del suo pensiero. Le invettive contro il Papa, anche vivo, per le quali io comunque mi scuso, si ritrovano in Dante che, nel canto XIX dell’Inferno, predice la futura dannazione di Bonifacio VIII e Clemente V :

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta

la reverenza delle somme chiavi

che tu tenesti ne la vita lieta,

io userei parole ancor più gravi;

ché la vostra avarizia il mondo attrista,

calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,

quando colei che siede sopra l’acque

puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

quella che con le sette teste nacque,

e da le diece corna ebbe argomento,

fin che virtute al suo marito piacque.

Che dire? Monsignor Camisasca condannerà anche Dante?
 

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