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Reggio e il rischio sabbie mobili, c’è bisogno di un’idea forte

Andrea Mastrangelo
Reggio e il rischio sabbie mobili, c’è bisogno di un’idea forte

Ballottaggio, opposizione in difficoltà, inchieste della finanza su dirigenti ed ex assessori. La politica di fronte alla necessità di riappropriarsi di un rapporto diretto con la città

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REGGIO EMILIA. Tre eventi nuovi si sono susseguiti nella vita politica di Reggio Emilia negli ultimi dieci giorni: il ballottaggio come ultima strada per rieleggere un sindaco che arriva da sinistra, l’insediamento di un consiglio comunale con un’opposizione che potrebbe rivelarsi non particolarmente attrezzata e l’inchiesta su ex assessori e dirigenti in carica dell’amministrazione comunale.

Indagine a carattere penale che, comunque vada a finire, rappresenta un punto di non ritorno nella fiducia in una macchina per decenni portata ad esempio di efficienza e di imparzialità e invece, nel corso degli ultimi mandati, punto focale degli attacchi alle politiche di giunta. Come se un dirigente del Comune avesse più potere di un assessore, e forse dello stesso sindaco, nel determinare le scelte per la città. Non a caso alcuni fra questi dirigenti hanno finito per essere identificati come simboli stessi delle amministrazioni, anzi come garanzia di continuità fra una giunta e l’altra. Perché è successo? Cercare una risposta vorrebbe dire insinuarsi fra i vuoti di potere che hanno contraddistinto questa fase terminale del Sistema Reggio.

In attesa che Vecchi sveli i volti della sua nuova giunta, le perquisizioni della Finanza in Municipio e il sequestro di computer e telefoni hanno comunque avuto un effetto dirompente, che necessariamente dovrà modificare il rapporto fra amministrazione e città. La politica dovrà recuperare tutto il terreno malamente perduto in questi anni nei confronti della burocrazia, mettendo al bando due parole: ineluttabile e impossibile. La città ha più bisogno di idee che di delibere ben scritte, ha bisogno di coraggio e non solo di sentenze del Tar. Nessuno ha più il tempo di sentirsi dire che nulla può essere fatto fuori dai binari consueti perché altrimenti le conseguenze potrebbero essere imprevedibili. Proprio di imprevedibilità ha bisogno questa Reggio da troppo tempo anestetizzata e in balìa della paura di osare. In altre parole c’è bisogno di capire che tipo di idea di città si voglia realizzare.

La campagna elettorale, vissuta sulla scia di quella nazionale, ci ha condotti per mano nella rincorsa a una sola parola – sicurezza – vista come la soluzione di tutti i mali, individuando sempre risposte sintomatiche prive di un disegno complessivo che possa davvero agire sul problema.

La questione non è solo reggiana, ma l’esito elettorale ha rivelato in tutta la propria inconsistenza la bolla di opposizione organizzata vissuta attraverso i social. Ammesso che siano davvero questi i veicoli dell’informazione e del consenso nel futuro prossimo-immediato, la campagna di contrapposizione e di odio scatenata per tutto l’anno precedente le elezioni, si è rivelata completamente inefficace al momento del voto, al punto da quasi scomparire già nelle ore successive al primo turno. Una cosa è il mondo chiuso e autoreferenziale della tastiera, un’altra cosa è la vita vera.

Singolare è anche che alcune delle battaglie combattute in mesi recenti, con l’apporto di comitati sempre più legati al metro quadrato davanti alla propria porta e spesso composti da numeri infinitesimi di cittadini, si siano sciolte al sole come la neve primaverile. Un esempio per tutti: piazza Gioberti. La difesa a oltranza di una rotonda sgangherata con auto e bici ovunque in mezzo a orrendi panettoni gialli di cemento, ha lasciato il posto alla soddisfazione del vedere valorizzato un angolo importante di città, con una vasca destinata a diventare punto di ritrovo ed elemento identitario del centro. A poche centinaia di metri via Guasco si è mutata da squallida rotatoria al servizio di una circonvallazione sempre più intollerabile a giardinetto per famiglie. La situazione potrebbe ripetersi (anche se in questo caso la situazione è davvero più complessa) per piazza Roversi.

Manca ancora un tassello: la completa pedonalizzazione di corso Garibaldi, la scelta che metterebbe Reggio nell’onda delle città europee e che nessuna ricaduta avrebbe sulla frequenza ai negozi e ai locali del buon vivere.

Sono semplici esempi, dalle cronache degli ultimi mesi; ma sono anche la riprova di come il non cercare il consenso immediato alla fine possa pagare.

Certo, aiuterebbe molto avere un parcheggio vicino con tariffe accettabili, certo minori di quelle proposte oggi dall’area Zucchi. E dopo il flop del parcheggio sotterraneo di piazza Vittoria – che non ha portato alcun beneficio concreto alla città peggiorando nel contempo l’immagine del luogo – la ridefinizione della Zucchi resta la prima mossa da attuare. Reggio si merita di meglio del sentirsi dire che tutto è stato deciso dalle amministrazioni precedenti. Idee e coraggio, di questo c’è bisogno.

Dalla fine degli anni Novanta Reggio Emilia è stata l’oggetto di una ulteriore ondata immigratoria che ha portato la popolazione residente a 170.000 abitanti. Un aumento impressionante, non sostenibile nemmeno da una realtà strutturata in materia di welfare come la nostra. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

La città sente come un corpo estraneo, una sorta di tumore inestirpabile, quella banlieu parigina che è via Turri e che fa da sfregio a un quadrante della città. Più vigili urbani? Giusto. Più telecamere? Bravi. Anche se ormai c’è un tale numero di telecamere che diventa difficile non sentirsi guardati anche a casa propria. Bastoni estensibili? Taser elettrici? Tutto perfetto, per carità. Ma nessuno di questi provvedimenti risolverà alla radice il problema, che è l’eliminazione del degrado, corollario immediato della povertà. Proprio su temi come questo si giocherà il futuro di Reggio Emilia.


Il nostro welfare è e resta all’avanguardia basandosi però su presupposti superati. Non siamo più alla fase dell’emergenza, la crisi è strutturale. Non si tratta più di trovare un tetto a una famiglia, si tratta di eliminare ghetti intollerabili che imprigionano tanto gli italiani quanto gli stranieri. La situazione non è nuova, Reggio l’ha già vissuta nel corso della sua storia democratica, e i protagonisti non erano certo africani. Dolorosa fu la scelta di sventrare il quartiere di Borgo Emilio e via Franco Tetto, ma lungimirante fu l’idea di dotare quelle famiglie di abitazioni, finalmente decenti e controllate, in via Compagnoni.

E nella tradizione reggiana non è mai mancata la rigenerazione dei quartieri più modesti – la Bainsizza, via Mascagni – in questo aderendo (in modo probabilmente inconsapevole) al pensiero di un grande uomo d’azione qual era padre Ottorino Marcolini _ prete, ingegnere e architetto _ secondo il quale andava spezzata l’equazione casa popolare-casa brutta, creata apposta perché chiunque potesse sapere dove stavano i poveri.

La soluzione dello scandalo di via Turri passa attraverso scelte radicali e certamente impopolari, ma non più procrastinabili. I due orfani lasciati dall’incendio doloso appiccato in dicembre sono lì a ricordarcelo mentre chiedono giustizia e futuro. L’illegalità diffusa si combatte dando la legalità, impossibile da trovare in alveari nei quali nessuno sa chi sia il proprio vicino di casa. Mentre a duecento metri in linea d’aria, accanto a strutture industriali di livello mondiale, arranca alle Reggiane una fetta di dimenticati che inutilmente si spera di scansare semplicemente riducendo loro ogni giorno lo spazio vitale.

Il superamento di via Turri avverrà soltanto impiegando enormi risorse, enormi volontà, idee importanti. E richiederà anni, certo più di quelli della durata di una amministrazione. Ma non può essere certo l’impossibilità di tagliare un nastro a bloccare una politica davvero lungimirante. Il politico che risolvesse questo problema si guadagnerebbe un posto nella storia.

Anche per questo occorre subito un segnale importante dalla giunta che va a formarsi e che ha bisogno di uomini e donne che mettano da parte il quieto vivere e si riapproprino del potere della politica. Uomini e donne non di area o di appartenenza, non ex sinistra o cattolici; semplicemente persone consapevoli che ci sarà da combattere, che non ci saranno solo applausi da raccogliere, che la strada per rialzare Reggio dalle sabbie mobili c’è. È lunga e difficile ma non è impossibile.

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