Dieci anni di carcere a Carmine Sarcone «È lui il nuovo boss»
Il gup Gamberini conferma l’accusa di associazione mafiosa Incastrato dai pentiti durante il maxiprocesso Aemilia
Il 40enne Carmine Sarcone è il più piccolo dei quattro fratelli d’origine cutrese, ma da ieri mattina la sentenza di condanna emessa – in tribunale a Bologna – dal gup Alberto Gamberini lo inchioda alle responsabilità come nuovo reggente della ’ndrangheta emiliana (con epicentro a Reggio Emilia, ma operante pure nelle province di Parma, Modena e Parma, oltre a diramazioni in Lombardia e Veneto).
IL VERDETTO
Da qui la condanna – per associazione mafiosa – a dieci anni di reclusione al culmine dell’udienza preliminare tenutasi con rito abbreviato.
Il pm Beatrice Ronchi aveva chiesto una condanna più severa (18 anni di carcere). Assolto, invece, insieme a Raffaele Tovino (difeso dal legale napoletano Massimo D’Errico), dall’accusa di intestazione fittizia di quote societarie. Sarcone – che venne arrestato il 23 gennaio 2018 e si trova in cella a Voghera – è difeso dagli avvocati Salvatore Staiano e Stefano Vezzadini: «Manifestiamo perplessità – si limita a dire Vezzadini contattato dalla Gazzetta – e attendiamo il deposito delle motivazioni della sentenza». Un deposito che avverrà fra tre mesi.
Le indagini della Dda di Bologna hanno portato – in aula – riscontri alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia – tra cui Antonio Valerio, Giuseppe Giglio e Salvatore Muto sentiti con le loro pesanti rivelazioni nel maxi processo Aemilia – e di valorizzare gli esiti di attività pregresse (in special modo intercettazioni telefoniche ed ambientali), facendo emergere il ruolo che sarebbe stato assunto dal fermato nel sodalizio criminale.
MUTO CONFERMA
Fra l’altro proprio ieri mattina in un altro tribunale – cioè a Reggio Emilia, nell’aula di Assise – il pentito Muto ha confermato le sue accuse: «Il fratello minore dei Sarcone – ha detto – si occupava degli affari quando erano stati tratti in arresto (l’allusione è all’operazione Aemilia del 2015, ndr). In carcere a Reggio Emilia Gianluigi Sarcone relazionava con Carmine. Una persona seria, tutta d’un pezzo: venne arrestato per una rapina ma non era lui, bensì Giuseppe Liperoti, fu scambiato. Ma si fece ugualmente la galera, senza fiatare».
L’ASCESA CRIMINALE
La Dda ritiene dimostrate sia la gestione diretta dell’attività e del patrimonio illecito della cosca (gli investimenti e la gestione di attività imprenditoriali fittiziamente intestate a compiacenti prestanome), sia la partecipazione alle riunioni tra gli esponenti della consorteria, durante le quali, secondo le indagini, erano pianificati i crimini della cosca e venivano prese le decisioni per mantenerla e rafforzarla. Carmine avrebbe avuto il ruolo di rappresentante dei fratelli detenuti, con compiti direttivi e di dirimere i contrasti interni alla struttura.
L’attività investigativa ha raccolto anche elementi indiziari su condotte di Sarcone durante il maxi processo Aemilia, per indottrinare e minacciare alcuni testimoni. In sostanza, la Dda “dipinge” il ritratto di una persona che accresce negli anni il proprio potere e la propria influenza. —
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