Gazzetta di Reggio

Reggio

Assise: i due omicidi del 1992 

Il pentito Muto conferma la guerra di ’ndrangheta «Al Nord vinse Nicolino»

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REGGIO EMILIA. Ieri mattina, in circa due ore, il pentito 41enne Salvatore Muto ha dato il suo contributo in Assise – dopo essere stato una figura-chiave del maxiprocesso Aemilia – nel processo sui due omicidi in odore di ’ndrangheta del 1992 (morirono Nicola Vasapollo a Reggio Emilia e Giuseppe Ruggiero a Brescello).

Non fornirà particolari sui due delitti (non vi partecipò e nel ’92 aveva 15 anni) ma come s’intuisce dalle domande del pm Beatrice Ronchi, la sua deposizione è indirizzata a rafforzare l'impianto accusatorio che inquadra i fatti di sangue nella guerra di mafia tra le famiglie Dragone e Grande Aracri e a confermare lo spessore criminale di Nicolino («Le guerre al Nord le ha vinte lui») qui alla sbarra perché ritenuto il mandante dei due omicidi. Muto conferma il potere del boss con alcuni episodi. Uno lo riguarda personalmente: nell’estate 2011 per risolvere i problemi economici del negozio del fratello (indebitato con un cugino che gli aveva prestato soldi ma con tassi usurai), decise di dare fuoco all'attività commerciale. Senza però chiedere il permesso di Grande Aracri che lo «graziò» solo perchè «ero uno dei loro, altrimenti mi disse che avrebbe dovuto uccidermi». Il pentito dimostra di essere al corrente di tante cose, perché dal 2006 era stato il braccio destro di Francesco Lamanna che, con il grado di «padrino», garantiva «l'assestamento della 'ndrangheta al Nord», e in particolare a Cremona, Piacenza e Reggio Emilia. Con una specificazione sentita con le sue orecchie: «Lamanna in assenza di Grande Aracri poteva governare, perché il boss riponeva grande fiducia in lui». Poi Muto dice di aver sempre “masticato” cose di mafia in famiglia a Cutro, perché due zii erano ’ndranghetisti. Descrive la modernizzazione della cosca, dove più delle affiliazioni contano i fatti e l’essere a disposizione di chi conta. Poi le domande a raffica dei difensori per minare l’attendibilità del teste. —

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