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Clan Grande Aracri, sequestrato il nuovo tesoretto da 3 milioni

Enrico Lorenzo Tidona
Clan Grande Aracri, sequestrato il nuovo tesoretto da 3 milioni

Tanti i reggiani al soldo della cosca ora finiti nell’inchiesta. Federica Zaniboni nominata amministratore del patrimonio

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BRESCELLO. Visti i sequestri subìti negli anni dall’antimafia, Francesco Grande Aracri e i figli dovevano essere quasi in bolletta. Invece guidavano berline di lusso, investivano in nuove attività e pilotavano affari ben oltre l’Emilia. Un nuovo tesoretto nascosto grazie a una folta selva di prestanome, molti dei quali reggiani, che hanno permesso di celare il patrimonio alle autorità. Così almeno pensavano Grande Aracri senior e i figli Salvatore, Paolo e Rosita, aiutati dagli altri 73 indagati nell’inchiesta Grimilde, esplosa due giorni fa con 16 arresti e sequestri per tre milioni di euro.

LA RETE DEI CONTROLLI

Un procedimento tramite il quale è stata disarticolata la famiglia del 64enne Francesco Grande Aracri, il fratello più vecchio del boss Nicolino, quest’ultimo ormai sommerso da una sequela di condanne all’ergastolo e processi. Francesco era rimasto più defilato, con una sola condanna per associazione mafiosa, passata in giudicato e scontata, ma considerato ancora pericoloso e sottoposto alla sorveglianza speciale, terminata da un paio d’anni. Girava in bici a Brescello anche perché gli avevano tolto la patente. Ma ora è di nuovo al centro di un impianto accusatorio basato sul reato di associazione mafiosa, formulata anche sulla base delle tracce economiche ricostruite dalla squadra mobile di Reggio, Piacenza, Bologna e Parma.

Nell’indagine affidata al sostituto procuratore della Dda Beatrice Ronchi, sono state analizzate circa 50 posizioni di natura finanziaria e nello specifico conti correnti bancari, carte Postepay e movimenti di carte di credito. Sono state esaminate poi le visure di oltre un centinaio di società, sia di persone che di capitali, comprensivi degli atti pertinenti la storia societaria. Sono state estrapolate infine numerose visure catastali e accertate le posizioni reddituali e fiscali degli indagati.

LE SOCIETà NEL MIRINO

Un lavoro monstre che ha portato al sequestro di diverse società come la Viesse srls di Brescello, formalmente in mano a terzi ma in realtà di proprietà dei Grande Aracri. Per eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, Francesco e Salvatore Grande Aracri, assieme a Francesco Muto (classe 1967) e a Nicola Tafuni, avevano attribuito fittiziamente la titolarità formale delle quote della società di catering a Virginia Muto, sconosciuta ai radar dell’antimafia. Un giochetto ripetuto per molte altre società.

A finire sotto sequestro e affidate alla commercialista reggiana Federica Zaniboni – nominata amministratore giudiziario – sono anche la Eurogrande Costruzioni di Brescello, l’azienda edile di famiglia, già passata al demanio dello Stato, dalla quale alcuni giovani parenti avevano rubato sacchi di materiale edile sotto ordine di Salvatore Grande Aracri. Un fatto avvenuto nell’ottobre 2017, e anche questo rilevato dalla squadra mobile di Reggio, che ha aggiunto il reato alla lista, anche questo come gli altri appesantito dall’aggravante mafiosa.

Sigilli anche alla Immobiliare San Francisco di Reggio, alla Immobiliare Santa Maria di Brescello, alla C-Project di Reggio, alla Matilda srl di Quattro Castella, alla Monreale di Reggio. Spuntano poi Nu.sa Marmi di Brescello e l’alter ego Marmi Nusa di Reggio, Interfood sas di Michele Mattiolo, Marmi Nord di Brescello, Magnifica di Brescello, Holding di Reggio, Generali Edile di Modena, EuroItalia di Parma e il bar Carpe Diem di Parma.

I PRESTANOME

Proprio il trasferimento fraudolento di valori è uno dei cardini dell’inchiesta Grimilde. Era in atto infatti un sistematico utilizzo, da oltre un decennio, della collaudata strategia volta alla sottrazione alle forze dell’ordine e all’autorità giudiziaria del patrimonio del sodalizio ’ndranghetistico egemone in Emilia, attuata da Francesco Grane Aracri con il contributo di prestanome compiacenti. Una volta, quando erano più giovani, a fungere da teste di legno erano i suoi figli. Da lungo tempo anche Gregorio Barberio (ora ai domiciliari), prestanome sin dal 2008 e ancora nel 2009 e poi ancora una decina di anni dopo, nel 2017. C’è poi Antonio Muto (classe 1971), già condannato in Aemilia e prestanome sin dal 2006 per le discoteche. Altri prestanome indagati sono Manuel Conte, Carmelina, Francesco Paolo e Pietro Passafaro, Roberto e Matteo Pistis. C’è poi il commercialista della cosca, Leonardo Villirillo. Tutti “arruolati” per apparire formali titolari di quote societarie, beni immobili e mobili registrati, in realtà di proprietà della consorteria per il tramite di loro esponenti apicali. —

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