Gazzetta di Reggio

Reggio

«Minori in affido, sistema illecito» Ai domiciliari il sindaco Carletti

Elisa Pederzoli
«Minori in affido, sistema illecito» Ai domiciliari il sindaco Carletti

La procura mette sotto accusa il sistema degli incarichi finanziati con denaro pubblico ma anche i metodi usati sui bambini

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È come una bomba deflagrata alle prime luci dell’alba quella esplosa ieri mattina a Bibbiano. Sotto accusa è finito l’intero sistema fiore all’occhiello – fino all’altro ieri – del servizio integrato di tutela ai minori dell’Unione Val d’Enza e ora al centro di una inchiesta penale condotta dai carabinieri di Reggio Emilia, coordinati dal sostituto procuratore Valentina Salvi e denominata “Angeli e demoni”.

AI DOMICILIARI

Sono almeno 27 le persone indagate, sei le misure più restrittive eseguite dai carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale in azione con un centinaio di uomini. La più dirompente senza dubbio è quella che riguarda il sindaco di Bibbiano riconfermato giusto un mese fa, nonché assessore con delega ai Servizi sociali dell’Unione Val d’Enza, Andrea Carletti: si trova ristretto agli arresti domiciliari. I carabinieri sono andati a casa sua ieri mattina, ad Albinea. Insieme sono andati in municipio: qui hanno provveduto a eseguire alcuni perquisizioni documentali.

A finire sotto la lente degli investigatori è il sistema di gestione dei minori in affido. E sono due i filoni, che emergono dall’indagine e che gli investigatori contestano: da una parte affidamento di incarichi di psicoterapia, convegni, corsi di formazione, gestione dunque dei fondi pubblici a disposizione; dall’altra, invece, c’è la questione delicatissima che riguarda i bambini. Quelli tolti alle famiglie di origine e inseriti nel circuito degli affidi, perché provenienti da situazioni di disagio, abusi, maltrattamenti. Valutazioni, anche queste, però finite sotto accusa. Così come i metodi utilizzati per accertare gli abusi, e “trattarli”. Ed è l’aspetto più pesante di tutta questa difficile inchiesta.

Agli arresti domiciliari, oltre al sindaco Carletti, sono finiti Federica Anghinolfi 56enne di Montecchio dirigente dei Servizi sociali dell’Unione, gli psicoterapeuti Nadia Bolognini 49enne e il marito Claudio Foti 68enne punti di riferimento della Onlus “Hansel & Gretel”, Francesco Monopoli 34enne di Correggio assistente sociale dell’Unione Val d’Enza e Marietta detta Maria Pia Veltri, di Quattro Castella, coordinatrice 63enne dei Servizi sociali dell’Unione.

Per altri sette la misura è più lieve, ma non meno dirompente: Imelda Bonaretti 42enne di Sant’Ilario e Matteo Mossini 32enne di Parma rispettivamente psicoterapeuta e psicologo dell’Ausl di Montecchio distaccati ai Servizi sociali, Nadia Campani 46enne di Quattro Castella responsabile dell’Ufficio Piani dell’Unione, Barbara Canei 43enne di Reggio Emilia istruttore direttivo amministrativo dei Servizi sociali dell’Unione, le assistenti sociali dell’Unione Sara Gibertini 38enne di Bibbiano, Cinzia Magnarelli 32enne di San Polo e Annalisa Scalabrini 27enne di Casalgrande, Maria Vittoria Mesdea 32enne di Parma educatrice e Sarah Testa 32enne di Torino psicoterapeuta della “Hansel e Gretel” hanno il divieto per sei mesi di esercitare la loro attività o professione. Un divieto per lo stesso tempo disposto anche per Monopoli e Anghinolfi.

Ci sono altre due misure restrittive: riguardano due affidatarie F.B. e D.B. entrambe residenti a Reggio Emilia (omettiamo il nome in tutela della minore) che hanno il divieto di avvicinarsi e comunicare con una bambina che era stata loro affidata. Indagati, ma senza essere soggetti a misure, anche l’avvocato Marco Scarpati, il direttore dell’Ausl Fausto Nicolini, la dirigente della comunicazione Federica Gazzotti, quello della struttura organizzativa Attilio Mattioli. E poi la psicologa dell’Ausl distaccata a Montecchio Federica Alfieri, le neuropsichiattre dell’Asl Flaviana Murru e Valentina Ucchino, Beatrice Benati, l’educatrice Katia Guidetti, Cinzia Prudente.

LE ACCUSE

I reati, a vario titolo, vanno dalla frode processuale al depistaggio, all’abuso d’ufficio ai maltrattamenti sui minori, al falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, peculato d’uso. Si arriva anche alle lesioni gravissime, a causa dei traumi subiti dai bambini in affido: alcuni di loro devono fare i conti con la tossicodipendenza, l’autolesionismo.

Le indagini sono iniziate alla fine dell’estate scorsa. E sono partite da un rilievo: un’anomala escalation di denunce per ipotesi di reato come abusi sessuali e violenza ai danni di minori, consumate in ambiente famigliare, all’attività giudiziaria da parte dei Servizi sociali dell’Unione Val d’Enza. Tanti, troppi per non destare qualche sospetto. Ma nel corso di questi anni, sono state diverse anche le contro esposti di molte famiglie coinvolte: quelle che hanno visto i loro figli essere allontanati e che contestavano ai magistrati il modus operandi dei Servizi stessi. E anche quando le prime segnalazioni portavano a indagini che ritenevano infondate le accuse verso i genitori, i Servizi comunque proseguivano il percorso terapeutico dei figli.

È puntando l’attenzione verso i casi specifici che gli investigatori, attraverso un’indagine documentale, ma anche attraverso una serie di intercettazioni ambientali, sono arrivati a una serie di falsi documentali – è questa una delle principali contestazioni – che sarebbero stati redatti dai Servizi sociali con gli psicologi e poi trasmessi all’autorità giudiziaria: si parla addirittura di disegni artefatti. Tanto che gli inquirenti ora parlano di diagnosi mirate di patologie post traumatiche: la condizione necessaria a garantirne la presa in carico dalla Onlus.

E poi ci sono i pagamenti relativi alle prestazioni psicoterapeutiche che, hanno accertato gli investigatori, avvenivano in assenza di procedure di gare di appalto. Gli affidatari (che in alcune occasioni erano amici e conoscenti degli operatori dei Servizi stessi) venivano incaricati dai Servizi sociali di accompagnare i bambini alle sedute private di psicoterapia e di pagare le fatture a proprio nome. Mensilmente, poi, ricevevano i rimborsi sotto una simulata causale di pagamento, falsando – ed è un’altra contestazione di questa inchiesta – i bilanci dell’Unione dei Comuni. —





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