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la gestione dei bambini 

«Non ti ricordi? Avevi detto che non volevi più vedere papà»

El.Pe.
«Non ti ricordi? Avevi detto che non volevi più vedere papà»

Le sedute tra pazienti e psicologi nel mirino. Il gip: «Condizionameto, attività di suggestione»

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bibbiano. «Ma io non mi ricordo perché non li posso più vedere...». «Ma non ti ricordi che hai detto che non lo volevi più rivedere? Io mi ricordo così». «Non ho detto questo». La psicoterapeuta:«Sì hai detto che non volevi vederlo perché avevi paura che ti facesse male... che si potesse vendicare (...) E ti ricordi che l’altro giudice aveva deciso che non li dovevi più vedere i tuoi genitori perché loro non facevano i tuoi interessi ma facevano il loro? Che i tuoi genitori ti faceva male secondo i giudici...». E ancora l’affidataria: «Il giudice si è preso la responsabilità e ha preso la decisione di interrompere i colloqui con la tua mamma e il tuo papà e di dare la tutela di te ai Servizi... Ti ricordi che tu hai detto... Allora mi compri un cavallo». «Ogni tanto mi capita di piangere perché mi mancano gli abbracci del papà» dice infine la bambina.

È solo uno dei tanti dialoghi intercettati – ma gli affidi sotto accusa sono almeno sette –dalle cimici dei carabinieri tra una delle bambine in carico al Servizio sociale della Val d’Enza, tolta alla famiglia, durante una conversazione con una delle psicologhe e l’affidataria, entrambe finite indagate. Uno dei tanti passaggi che emergono nella corposa ordinanza firmata dal giudice per le indagini preliminari Luca Ramponi, che mette sotto accusa il sistema di gestione dei minori in Val d’Enza. Dove il giudice parla espressamente di «attività di suggestione». La bambina è stata tolta ai genitori per presunti abusi sessuali, che però non sarebbero mai stata accertati. Tanto che il giudice parla di «profondo condizionamento». Che si evincerebbe anche da alcune dichiarazioni della piccola: «Cioè non mi ricordo, poi più avanti a forza di parlare con la psicologa di queste cose, forse capiremo chi è stato...».

regali nascosti

È questo uno degli aspetti più dirompenti dell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Valentina Salvi: quello di come venissero trattati dal punto di vista terapeutico i bambini che finivano sotto la tutela dei Servizi della Val d’Enza.

Nelle carte dell’inchiesta ci sono pagine e pagine di dialoghi intercettati, di ricostruzioni documentate delle vicende legate uno a uno ad almeno una decina di bambini presi in carico e ai relativi procedimenti davanti al giudice che deve decidere in merito all’allontanamento dalle famiglie di origine.

Secondo chi indaga, gli operatori dei Servizi sociali finiti sotto inchiesta avrebbero indotto all’errore anche il perito del giudice, raccontando in maniera non conforme ad esempio il contenuto di un sogno di una bambina o raccontando che la stessa aveva paura di essere rapita dal genitore. Dichiarazioni e relazioni che poi sarebbero state contraddette dalle intercettazioni ambientali.

Colpiscono i dettagli: come i regali o le lettere che le famiglie di origine inviavano ai bambini a loro tolti, magari per le festività natalizie. Gli investigatori intercettano che questi in realtà in alcuni casi non venivano poi consegnati ai bambini. «Giacciono qua per mesi – si legge in una intercettazione – Nessuno glieli consegna perché dicono che è meglio così...».

È in merito a questo che, va detto, a Marietta Veltri (coordinatrice del Servizio sociale della Val d’Enza) viene contestato anche il reato di depistaggio: c’è stata una perquisizione a gennaio, da parte dei carabinieri, nella sede dei Servizi sociali di Barco. Di fronte al rinvenimento di quei regali e di quella corrispondenza indirizzata nello specifico a un bambino, aveva spiegato invece che facevano riferimento al precedente periodo natalizio.

Nel caso di due bimbi, tolti alle famiglie, inoltre si contesta l’utilizzo di quella che ai piccoli viene descritta come la “macchinetta dei ricordi”: in pratica, si tratta di uno strumento a impulsi elettromagnetici con cavi che vengono fatti tenere nelle mani ai bambini e presentata appunto ai piccoli come uno strumento capace di estrapolare ricordi.

Di fatto, gli inquirenti parlano di un trattamento non consentito in assenza del consenso informato da parte dei genitori. Vale la contestazione del reato di violenza privata. —

El.Pe.

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