Angeli, demoni e idrovore “Mamma mia, che brutto periodo”
Tra i commenti sui social lo sconcerto, la rabbia e l’auspicio (paradossale) che sia tutto vero
IL COMMENTO
STEFANO SCANSANI
“Mamma mia, che periodo brutto a Reggio Emilia! Ci salteremo fuori?”.
Questo è uno dei commenti sullo scandalo dei bambini in affido che dall’altro ieri deambulano sui social e sulle chat private. L’esorcismo parte con una esclamazione e grida con un punto di domanda finale. L’esorcismo condensa le tre reazioni ai fatti della Val d’Enza: lo sconcerto, la rabbia, e l’augurio che sia tutto vero.
Tutto vero? Lo so, è un auspicio paradossale: invoca che i reati ipotizzati dagli inquirenti abbiano totale riscontro, altrimenti sarà pregiudicata la portata dell’operazione, compromessa la reputazione degli indagati e verrà comunque incrinata la fama internazionale di Reggio Emilia. Il tratto identitario di Reggio Emilia.
Perché sussiste spietato un automatismo che associa la storica vocazione della nostra città alla cultura dell’infanzia (pedagogia, didattica, metodologia, asili, rispetto, cittadinanza dei piccoli) alla cronaca nera di queste ore.
“È successo qui, addirittura!”. “Incredibile, nella terra del Reggio Approach!”. La sorpresa è bruciante. Ecco allora l’urgenza che la Giustizia sia puntuale, rapida, inflessibile e – se il caso dovesse sussistere – il sistema marcio, corrotto, inumano venga eradicato. Raschiato via. Cambiato tutto.
In attesa della conclusione delle indagini e di un processo, quello che va drammaticamente crescendo è il giustizialismo del popolo commentante, la sua immediata sentenza, il desiderio della purga e della forca, il presupposto dell’“io lo sapevo” e quello politico dell’“io lo speravo”.
In questo massacro d’opinione e d’immagine corre l’obbligo di scrivere che è pure avventata la scelta dell’autorità inquirente di imporre all’inchiesta il nome di “Angeli e Demoni”.
È un’evocazione letteraria (addirittura Dan Brown) che corrobora l’immaginario, però nulla c’entra con l’amministrazione della Giustizia, assicura certamente un atteggiamento compassionevole per le vittime e precipita all’inferno i responsabili…
Ancor prima della conclusione delle indagini, del dibattimento, del verdetto.
Si tratta di una leggerezza narrativa che etichetta a priori il caso, maledettamente inquietante. E comunque aperto.
Un siffatto nome fantasy, “Angeli e Demoni”, dovrebbe prefigurare l’esistenza di prove e controprove schiaccianti e indubitabili.
E produce un altro fenomeno: la motivazione e l’indignazione in chi legge.
Altroché giornalismo arrembante e dai facili titoli esondanti o truculenti. C’è sempre qualcuno che nel frappè del “so tutto io”, fra innocentisti e colpevolisti, ritrova nel giornalismo la macchina della tortura, la causa d’ogni distorsione.
C’è chi ci rivede il caso di Enzo Tortora, chi noiosamente invita a buttare la chiave, un’altra che riferendosi al sindaco di Bibbiano Andrea Carletti, scrive: “Io spero che ai giornalisti che hanno messo la sua faccia in prima pagina li radino dall’albo”. Radino chi? Radiare o radere?
Ciò che resta in secondo piano nell’idrovora polemica adulterata per adulti, è la semplice e costante attenzione per quei bambini: che cosa è successo loro e che destino avranno, con chi vivranno, come cresceranno nonostante gli sviluppi dell’inchiesta e i suoi esiti. Inchiesta che ha comunque spalancato una veduta sul mondo dell’affido. Dolente. —
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