Boom di richieste di revisione Impennata di casi nel distretto
Una bimba di 12 anni allontanata nel 2016 e oggi tornata insieme alla madre «La macchinetta? Un gioco scemo, se sbagli la risposta ti dà una scossa»
bibbiano. È caccia all’avvocato in Val d’Enza. I legali della zona registrano un’impennata di richieste da parte di genitori – tanto da calendarizzare appuntamenti a raffica – che hanno avuto a che fare con il Servizio Sociale Minori della Val d’Enza e che, in questo momento in cui i cancelli si sono aperti, hanno intenzione di procedere legalmente.
Decine e decine di casi – anche antecedenti all’indagine, che ha preso in esame solo gli ultimi mesi – di minori strappati ai genitori naturali per motivi che con gli abusi sessuali hanno poco a che fare. Ricorsi da vagliare uno ad uno, beninteso, ma che paiono confermare un modus operandi e quel “sistema” sconfessato dal procuratore capo Marco Mescolini e dalle indagini dei carabinieri.
«la macchinetta
è un gioco scemo»
Quando la mamma ha letto sui giornali della “macchinetta dei ricordi” (uno strumento a impulsi elettromagnetici con cavi che vengono fatti tenere nelle mani dei bimbi, strumento illegale senza il consenso dei genitori), ha subito chiesto alla figlia se lo avesse usato anche lei.
«Sì, la macchinetta è un gioco scemo uguale a quello che c’è a Parma Retail (una sorta di bocca della verità, ndr): se rispondi male a una domanda c’è un “cosino” che ti dà la scossa, ma è una scossa leggera». La premessa è che questa è una vicenda a lieto fine: le figlie della residente a Cavriago, strappatele nel 2016, da circa un anno sono state restituite alla madre.
Tuttavia, ha sottolineato l’avvocato della genitrice, Cinzia Manelli, «il ricordo circostanziato della bimba risale al 2016, ben prima dell’indagine, e dimostra che quella “macchinetta”, come la definisce la piccola, insieme ad allontanamenti disinvolti dal nucleo d’origine e a un metodo intimidatorio, erano un sistema rodato».
Questo caso, nato con un ordine di allontanamento del padre violento, è proseguito con l’allontanamento delle due figlie dalla mamma giudicata da un aperizia inadeguata perché «persona istrionica ed egoista» e in seguito «affetta da anoressia», malattia poi smentita con documentazioen medica. Le due figlie (la maggiore ora ha 12 anni) sono state affidate a persone «che hanno iniziato un’opera denigratoria nei confronti della mamma e una disparità di trattamento tra le due sorelle». Solo in seguito sono emersi i ricordi della dodicenne, come quando la chiudevano in bagno al buio dicendole: «Tu non sarai mai creduta perché sei una bambina, credono solo a noi adulti». La madre, «una donna forte e combattiva», ha commentato il legale, alla fine è riuscita a chiudere l’incubo. «Ma non senza danni. La figlia maggiore quando parla non guarda in faccia gli adulti: è cambiata».
«allontanata
per trascuratezza»
«Un mattino del 2016 abbiamo accompagnato nostra figlia a scuola, poi ci hanno chiamato da Barco: da allora (e sono passati tre anni) non abbiamo mai potuto vederla né farle avere regali». A parlare è un padre di Campegine, con accanto la moglie. La coppia gestisce un’azienda agricola e la bimba, all’epoca di 6 anni, è figlia unica. «A Barco ci hanno comunicato che da quel giorno la piccola era in affido. Il motivo era la trascuratezza: noi non la portavamo dal pediatra o dal dentista. Abbiamo sempre nutrito dei dubbi, non ce ne facciamo una ragione. Abbiamo seguito le vie legali, ma niente».
Il sentimento preponderante di questo limbo, prosegue il padre, è l’impotenza.
«Nostra figlia ci manca tantissimo. Il fardello, pesante come un macigno, è che lei avrà pensato di essere stata abbandonata, mentre noi non abbiamo mai smesso di cercarla. Ora vogliamo la revisione del procedimento». —
Ambra Prati
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