«Il nostro sistema di affido è cauto e ipergarantista»
Lo psicologo ex Ausl Carmine Pascarella spiega come funzionano le procedure «Nessuno può sottrarre figli dall’oggi al domani, il percorso medio è un anno»
bibbiano. «In queste ore sono stato contattato da diverse famiglie affidatarie in ansia. Voglio rassicurare: a Reggio Emilia il sistema di affido è ipergarantista. Statistiche alla mano, in Italia si procede all’allontanamento di 3 minori ogni mille casi, mentre nel resto d’Europa la percentuale è del 9-10 per mille».
Il dottor Carmine Pascarella, psicologo in pensione, per oltre trent’anni referente Ausl sulla partita affido e adozione internazionale di minori, spezza una lancia a favore di «percorsi formativi adottati nel 2011 che sono una garanzia».
In questa indagine si profila un “affido facile”. Cosa ne pensa?
«Non conosco le carte e non posso entrare nel merito. Mi preme sottolineare che, da protocollo, l’allontanamento del minore dal nucleo d’origine è l’estrema ratio. Prima si cerca di sostenere i genitori naturali, dai quali spesso arriva la richiesta d’aiuto perché monoparentali o in difficoltà economiche. L’affido ha varie modalità e step in crrescendo: come sostegno per parte del giorno, consensuale o per evidenza giudiziale. Nessun minore viene mai strappato dall’oggi al domani ai genitori, che sono i protagonisti dell’affido: la finalità è sempre il rientro del piccolo nel suo ambiente».
Quali sono le casistiche dell’allontanamento? E le tempistiche?
«Le casistiche ricorrenti sono problematiche psichiatriche, tossicodipendenza, gravi disturbi della condotta, gravi trascuratezze, maltrattamenti fisici e abusi sessuali. Le tempistiche sono molto variabili: di solito è un lungo percorso. La media spannometrica, da quando partono le relazioni, è da sei mesi a un anno. Con una eccezione: se il bimbo è piccolo e in grave rischio fisico, l’articolo 403 del Codice di procedura civile consente al giudice di allontanare il minore in un sol giorno. Ma si procede solo per situazioni gravissime, conclamate ed evidenti. Paradossalmente questi sono i casi più facili e meno controversi. Comunque il tribunale prescrive, in prima istanza, il collocamento di madre e figlio in una comunità; solo all’eventuale rifiuto della madre viene applicato l’articolo 403».
Nell’ordinanza vengono adombrate “vie preferenziali” usate dagli assistenti sociali: è normale?
«Ripeto non posso esprimersi. Posso affermare che gli operatori della Val d’Enza hanno una professionalità parametrata con i colleghi: sulla loro formazione generale non ho dubbi. I servizi sociali sono spesso presi di mira rispetto al fare e non fare. Di recente, dopo due infanticidi a Salerno e Cremona, ci si chiedeva dove fossero gli assistenti sociali. È un lavoro ingrato, che richiede tantissima cautela ed equilibrio, proprio perché scatena fattori emotivi imprevedibili. Non dimentichiamo che, all’origine della sparatoria in tribunale a Reggio Emilia che fece tre vittime nell’ottobre del 2007, c’era una separazione con un contenzioso per i figli».
Il servizio indagato ha raddoppiato i numeri dell’affido in due anni, dal 2016 al 2018: è un boom che le sembra sospetto?
«Non posso giudicare nello specifico, ma difendere il dispositivo antiabuso del nostro territorio. Vorrei ricordare che per ogni abuso intercettato altri dieci passano sotto silenzio: è la punta dell’iceberg. E una famiglia che accoglie un bimbo in affido è un esempio positivo contagioso, una micro iniezione di civiltà in una società sempre più chiusa ed egoista. Una bella realtà, che va preservata». —
Ambra Prati
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