Gazzetta di Reggio

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«Quell’assistente che ora è indagata diceva che io violentavo mia figlia»

Ambra Prati
«Quell’assistente che ora è indagata diceva che io violentavo mia figlia»

Altri undici casi sotto la lente degli inquirenti, uno dei padri lancia un appello alle famiglie coinvolte: «Uniamo le forze»

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Altri undici casi. Altri undici minori, trattati dal Servizio sociale Val d’Enza, che presentano degli aspetti ricorrenti simili ai sei casi – questi ultimi certi e destinati alla revisione – finiti nelle carte dell’indagine “Angeli e demoni”. Il procuratore capo Marco Mescolini, nell’invocare il dovuto riserbo, aveva parlato in pubblico di una inchiesta lampo necessaria «per mettere un punto fermo», ma «gli approfondimenti sono ancora in corso».

Ora una famiglia, che ha ricevuto conferma dalle autorità di essere tra quegli undici fascicoli sotto la lente d’ingrandimento, lancia un appello: «Vogliamo metterci in contatto con altri genitori naturali. Ipotizziamo una causa collettiva o quantomeno un confronto su come muoverci, per il bene dei bambini. Non chiunque pensi di aver subìto un torto, ma chi sa di rientrare in questa casistica ci contatti alla seguente mail dedicata: veritaperangeliedemoni@gmail.com».

« chieSI aiuto AI SERVIZI»

Tra la quantità di fascicoli con elementi ricorrenti, che hanno indotto il pm Valentina Salvi a scavare facendo partire le intercettaziomi nell’ottobre scorso, ci sarebbe la vicenda di Allegra (il nome è d’invenzione), figlia unica di una coppia di Canossa.

Racconta il padre: «Tutto è nato da una serie di incomprensioni con la madre, affetta da depressione dal 2011 e tuttora in cura. Poiché mia moglie, anche per motivi di lavoro, aveva difficoltà a seguire nostra figlia nel doposcuola, sono stato io a presentarmi al servizio della Val d’Enza per chiedere aiuto. Una discreta beffa, con il senno di poi».

Una beffa perché, dalla prima richiesta di supporto avanzata dal genitore per poche ore al giorno, nel giro di un anno, nel 2017, si arriva all’allontanamento della bambina, all’epoca di 9 anni. «In un primo tempo non ho capito bene il motivo dell’allontanamento – aggiunge il padre – la mamma era depressa già da sei anni, perché quella decisione in quel momento?».

Solo in un secondo tempo il padre si vede accusato di tre capi d’imputazione: maltrattamenti nei confronti della moglie, maltrattamenti nei confronti della figlia e abusi sessuali sulla piccola. «Con la madre, lo ammetto, ci sono stati momenti di tensione e spintoni; ma non l’ho mai picchiata, men che meno mia figlia. Se fossi stato un violento, crede che mi sarei fatto avanti con i servizi sociali? Passare per un pedofilo, poi, è stato il colmo. Ho scoperto in seguito che mia figlia aveva un arrossamento nelle parti intime e l’assistente sociale che veniva a casa nostra (una delle inquisite, ndr) ha steso una relazione in cui parlava di “atteggiamenti sessuali non consoni all’età della minore”».

Secondo il papà «l’accusa penale di violenza sessuale è poi stata sconfessata dai referti del pediatra, che hanno dimostrato che si trattava di un problema intestinale: la bimba si grattava e si arrossava». Intanto però la minore viene tolta ai genitori naturali. «Per quattro mesi non abbiamo saputo nulla di lei. Nel 2018 abbiamo potuto vederla, sempre in luoghi protetti. La prima volta che ci hanno concesso di portarla a casa, di nuovo l’assistente, sempre la stessa, ha riscontrato “tendenze sessuali anomale”. Le ha riscontrate solo lei: nessun segnale dalla scuola, dagli amichetti, dall’ambiente circostante. Nesun altro che abbia notato qualcosa di strano. È bastata quella relazione». Ora il padre vede la figlia una volta al mese.

«uniamoci»

Un calvario per il genitore, che precisa: «Non so come finirà questa storia. Non so quante altre persone abbiano attraversato un incubo simile. Ho pensato anche di mettere in atto proteste pubbliche; le autorità mi hanno dissuaso, riferendomi che Allegra rientra tra i casi che suscitano perplessità e che sono al vaglio degli inquirenti».

Lo zio interviene: «Il nostro unico scopo è che Allegra rientri in famiglia. Saranno i giudici a stabilire se questi operatori siano dei mostri oppure no. Noi vogliamo solo tutelare i bambini ed evitare che passino anni prima che rientrino a casa: l’importante è il bene dei minori».

Da qui l’idea di unire le forze per una ipotetica class action, prosegue lo zio. «Non sono un esperto, occorrerà verificare se sussistano i presupposti e quali siano gli altri casi sospetti. Ma sarebbe importante che le famiglie d’origine che potenzialmente sono nella nostra medesima condizione si mettano in contatto e si uniscano, anche per un semplice confronto. Invito a scrivere una mail a veritaperangeliedemoni@gmail.com con nome e fatti circostanziati». —



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