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Maxi evasione fiscale scatta la confisca per gli eredi di Cappa

Maxi evasione fiscale scatta la confisca per gli eredi di Cappa

Tolti beni per quattro milioni di euro alla vedova e al figlio La decisione è stata presa dalla Corte presieduta da Rat

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REGGIO EMILIA. Sono trascorsi oltre tre anni dalla clamorosa operazione K della Finanza – coordinata dal sostituto procuratore Maria Rita Pantani – cioè il sequestro milionario, per evasione fiscale, nei confronti dell’imprenditore edile d’origine cutrese Carmine Cappa.

E nel contesto del procedimento (con la confisca sui beni come “tappa” ulteriore da applicare o meno) innescatosi davanti alla Corte (presieduta da Andrea Rat, a latere i giudici Lorenzo Meoli e Chiara Alberti) la situazione è mutata con la morte (a fine 2017) dell’imprenditore a 75 anni.

Da qui l’entrata in scena degli eredi, cioè la moglie Maurizia Bellezza e il figlio Claudio Cappa (difesi, come lo era il familiare deceduto, dagli avvocati Enrico Della Capanna e Gianni Franzoni).

Di recente è giunta la decisione del collegio giudicante che ha disposto nei confronti dei due eredi la confisca dei beni perché ritenuti dai magistrati legati ad un periodo in cui appare evidente la sproporzione fra le risorse disponibili e le entrate lecite del nucleo familiare individuate.

Imponente la mole di beni su cui ora è piombata la confisca: appartamenti, garage, posti auto e uffici (il tutto riferito a due palazzine di pregio in via Assalini al civico 27 e 29, nella zona della Canalina), ma anche rapporti bancari, polizze assicurative, portafogli titoli, macchine di lusso.

Come nel 2016 avevano ricostruito gli inquirenti, l'imprenditore edile dichiarava una media di 15/20 mila euro l'anno, con punte da 30mila euro per alcune annualità: bassi redditi e con moglie (disoccupata) nonché figlio (avvocato) a carico, ma nonostante ciò è riuscito ad accumulare 4,4 milioni di euro, il che evidenzia per chi ha condotto le indagini una netta sperequazione fra i redditi dichiarati da Carmine Cappa (e dal suo nucleo familiare) ed il patrimonio agli stessi riconducibile.

Beni che, secondo gli accertamenti, erano frutto della sua «sistematica attività di false fatturazioni».

«Per la prima volta si è ottenuto un sequestro – aveva detto il pm Pantani nell’aprile 2016 durante la conferenza-stampa – congelando un considerevole numero di beni, facendo leva su due condizioni previste dalla normativa antimafia: evasione fiscale ma anche sproporzione fra redditi dichiarati e tenore di vita».

Siamo al primo grado e gli eredi posso impugnare la decisione (sono infatti previsti Appello e Cassazione anche in questa tipologia di provvedimenti).

Nel caso la confisca diventi definitiva, questa montagna di beni finirà allo Stato. —

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