Tratta di esseri umani, 7 nigeriani arrestati
La Dda sgomina due gruppi accusati di prostituzione e spaccio. Nella rete Cosmos Osebhandre, prelevato di notte a casa
È stato prelevato di notte e portato via in manette dai poliziotti nell’abitazione di Castelnovo Sotto dove, ospite di un amico ghanese – risultato del tutto estraneo – stava scontando i domiciliari per un altro fatto. Cosmos Osebhandre è finito nella rete della maxioperazione “Hope and Destiny”, eseguita dalla Squadra mobile di Parma, Bologna, Verona, Reggio Emilia e del Reparto prevenzione crimine dell’Emilia Romagna, che ha sgominato due organizzazioni criminali distinte dedite alla tratta di esseri umani. Per lo più donne minorenni, ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi mediante i riti “juju” (o ju-ju, una sorta di credo animista che si avvale di amuleti e incantesimi tipico dell’Africa occidentale, non legato al voodoo). Una indagine internazionale che svela con chiarezza cosa si nasconde dietro alle lucciole che affollano le strade nostrane. Non a caso l’indagine è stata sviluppata dalla Dda di Bologna, e ieri è stata eseguita l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Francesca Zavaglia (la medesima che si è occupata di Aemilia).
I sette arrestati – oltre a Cosmos Osebhandre, Mabel Anon, 39enne; Peter Eromosele, 49enne; Frank Musa Eromonsele, 29enne; Osarumen Blessing Uwumahongie; Hilda Anthony, 28enne; Shedrack Adaka, 40enne. Questi ultimi due sono sfuggiti alla cattura e latitanti. I due colpiti da divieto di dimora a Parma (Sarah Omorodion, 28 anni e Eddy Matthew, 34 anni), più altri quattro indagati a piede libero, sono accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata «all’organizzazione e all’ingresso clandestino di donne nigeriane sul territorio italiano per far loro esercitare la prostituzione», finalizzata «alla tratta di donne dalla Nigeria all’Italia tramite la Libia», di «spaccio internazionale di sostanze stupefacenti» e lesioni personali.
le vittime
A far partire l’indagine, nei primi mesi del 2017, è stata una donna vittima della tratta che, esasperata, ha trovato il coraggio di denunciare i suoi aguzzini. La donna ha raccontato la sua storia: avvicinata in patria da un falso benefattore con il miraggio di un’assunzione in Italia, è stata convinta ad intraprendere il viaggio, dalla Libia a Lampedusa, con la promessa di un lavoro da cameriera in un ristorante. Poi i primi contatti con l’organizzazione criminale che – secondo quanto emerso dall’indagine – gestiva durante il tragitto veri e propri centri di smistamento, chiamati “ghetti” dalle vittime: due sarebbero nelle città di Sebha in Nigeria e Osas in Libia. Dopo l’approdo a Lampedusa su gommone assieme ad altre 300 persone, la donna è stata trasferita nel centro di accoglienza Cara di Verona. E qui ha scoperto la verità: un debito da saldare di 45mila euro, passaporto ritirato e “lavoro” non fra i tavoli, bensì, dopo un breve soggiorno a Losanna, in Svizzera, in un appartamento di Parma, dove per mesi si è prostituita consegnando per intero il denaro nelle mani della “madame”, ad estinzione del debito per il viaggio.
Il tutto condito da ritorsioni sulla famiglia rimasta in Africa, minacce di morte, botte e un assoggettamento psicologico da incubo, con tanto di giuramento di obbedienza alla propria “madame” e consegna al sedicente “stregone” di denaro e stoffe preziose: riti magici che le ragazze, per lo più giovanissime, non avevano il coraggio di infrangere.
i due gruppi
Grazie alla richiesta di aiuto della vittima, gli inquirenti hanno scoperchiato due organizzazioni criminali distinte: una banda a Bologna, guidata da Anon e dal marito Ermosele, e l’altra a Parma, guidata da Adaka. Due gruppi collaboranti e con ramificazioni in Svizzera e in Francia, che oltre al core business della prostituzione si occupavano anche di traffico internazionale di stupefacenti, in particolare cocaina dall’Olanda. —
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