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Il sacerdote scienziato: «Lo studio dello spazio mantiene aperte le domande sull’uomo»

DON MATTEO ; *laureato in Fisica a Bologna nel 2015 è ordinato sacerdote
Il sacerdote scienziato: «Lo studio dello spazio mantiene aperte le domande sull’uomo»

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50 anni dopo

DON MATTEO

GALAVERNI *

«Noi moderni siamo così presi da osservazioni e da interessi immediati che siamo soliti a restringere in pratica il nostro orizzonte concettuale entro un raggio minimo e chiuso. Non pretendiamo affatto di avventurarci in una dissertazione sullo spazio, sul cielo, sul cosmo. Diciamo soltanto che l’impresa audacissima, imposta oggi all’attenzione di tutti, ci obbliga a guardare in alto, al di là del campo terrestre, a ricordarci dell’immensa e misteriosa realtà, in cui la nostra minima vita si svolge».

Sono molto attuali queste parole con le quali papa Paolo VI commentava il lancio dell’Apollo 11 durante l’udienza generale di mercoledì 16 luglio 1969. Forse ancora di più oggi che cinquanta anni fa è alto, per ciascuno di noi, il rischio di «restringere in pratica il nostro orizzonte concettuale entro un raggio minimo e chiuso».

Lo studio e l’esplorazione dello spazio sono uno stimolo importante per tenere aperto il nostro orizzonte. Continua a stupirci, anche a cinquanta anni di distanza, l’impresa del viaggio verso la Luna. Un passo importante nel cammino di esplorazione dell’umanità, ma si può dire quasi solo una “passeggiata nel cortile di casa” se comparato all’immensità del cosmo. Ci troviamo infatti davanti a un universo dove la nostra Terra (con il suo satellite naturale, la Luna) è solo un pianeta in orbita intorno a una stella (il Sole), una delle centinaia di miliardi di stelle che formano la nostra galassia (la Via Lattea), una delle centinaia di miliardi di galassie dell’universo osservabile.

Più avanza l’esplorazione e la nostra conoscenza dell’universo, più aumentano gli aspetti di cui stupirsi e meravigliarsi, assieme alle domande e agli interrogativi. In un certo senso anche la fede è toccata da questo processo. Non nel senso che l’esplorazione scientifica debba fornirci una dimostrazione o una negazione della fede. Fanno sorridere le parole attribuite – probabilmente in modo erroneo – a Jurij Gagarin quando affermò di non aver visto alcun Dio nel suo primo volo nello spazio. La fede non può essere dimostrata o provata da osservazioni scientifiche, ma rimane una realtà legata al cammino personale di ciascuno. Ma certamente queste nuove scoperte tengono vive in noi le domande fondamentali (da dove veniamo? dove andiamo? quale il senso della nostra esistenza?...), ci provocano e ci interrogano. Se poi uno ha già un cammino di fede allora anche i risultati della scienza possono diventare un aiuto per cogliere gli aspetti della bellezza e della grandezza del creato; per intravedere nuovi aspetti dell’opera di Dio che ci sarebbero sfuggiti senza l’aiuto della scienza.

Continuiamo quindi a osservare il cielo, a meravigliarci della bellezza del cosmo e interrogarci; sia dal punto di vista della scienza che della fede. Molto belle, a proposito, sono le parole che il filosofo, fisico e sacerdote ortodosso Pavel Florenskij scriveva ai suoi familiari dalla prigionia nei gulag: «È da tanto che voglio scrivere: osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete.» (P.A. Florenskij, Non dimenticatemi, Mondadori, Milano 2000). —









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