Minacce in aula a Cristina Beretti Le frasi di Amato ai pm di Ancona
Fascicolo alla Dda se scatterà l’aggravante mafiosa L’ex difensore: «Voleva solo avvertirla dei rischi che corre»
REGGIO EMILIA. Sarà la Procura di Ancona – competente nel caso di coinvolgimento di magistrati reggiani – a valutare le frasi minacciose in videoconferenza di Francesco Amato rivolte alla numero uno del nostro Tribunale, cioè Cristina Beretti.
Le caotiche e decisamente sopra le righe dichiarazioni spontanee di Amato – per ben due volte ha detto che «la Cristina Beretti è un morto che cammina» – sono state verbalizzate giovedì pomeriggio nel processo sul sequestro alle Poste di Pieve e il giudice Silvia Guareschi, nella sentenza, non ha esitato a disporre «l’invio alla Procura del verbale, per le dichiarazioni rese dall’imputato».
Ma non se ne occuperanno a Reggio Emilia gli inquirenti guidati dal procuratore Marco Mescolini, perché gli atti prenderanno la strada di Ancona.
E lì saranno gli investigatori marchigiani a valutare se sia ipotizzabile l’aggravante mafiosa in quelle invettive visto che stiamo parlando di un uomo condannato in primo grado per associazione mafiosa nel maxiprocesso Aemilia (in quel caso se ne occuperà la Dda di Ancona) oppure se debba essere aperto un fascicolo con un’ipotesi di reato senza marchi ’ndranghetisti, quindi di competenza di un sostituto procuratore in forza alla Procura.
Ma perché Amato ha tirato in ballo la presidente del Tribunale?«Io dovevo dire tantissime cose. Beretti (chiamata più volte Baretti, sbagliandosi di proposito, ndr) è coinvolta in questo processo perché è stata lei a convincermi a liberare gli ostaggi».
Amato giovedì è tornato più volte sull’argomento, con collegamenti mentali piuttosto confusi: «Il Tribunale di Reggio vuole nascondere tutto, ma io ho fatto tante denunce (sul terrorismo islamico, ndr). Beretti è un morto che cammina».
Il giudice ha tentato di far comprendere all’interlocutore – che ha pure accennato «alla vicenda del don», cioè le minacce alla presidente del Tribunale che hanno inguaiato don Ercole Artoni e Aldo Ruffini – la gravità di quanto stava affermando. «Amato lei può non parlare, ma se rende dichiarazioni su terzi ne risponderà. La avviso che non le sarà consentito di divagare rispetto ai capi d’imputazione e soprattutto sull’incolumità di terzi, che con questo processo non hanno nulla a che fare, dovrò stopparla». Al che, imperterrito, Amato ha proseguito: «Voglio la testimonianza di Cristina Beretti in aula».
Spiegando, qualche minuto dopo nel suo caotico esprimersi perché nutre astio verso la presidente del Tribunale. «La Beretti io la conoscevo e la rispettavo. Oggi non più, perché non ha mantenuto la parola data: lei mi ha convinto (a desistere dal sequestro di persona, ndr), perché sapeva qual è il mio punto debole». Il riferimento è alla condanna a 19 anni e un mese riportata da Amato nel processo Aemilia, di cui chiedeva la revisione. Però poi «Beretti non ha mantenuto. È stata bugiarda con me». Quel giorno «mi ha promesso che non sarei stato spostato dal carcere di Reggio, invece sono altrove; mi ha promesso che sarebbe venuta a farmi visita in cella, invece nulla».
Per l’avvocato Franco Beretti – che ha difeso il 56enne durante il maxiprocesso Aemilia ma nell’isterica udienza di giovedì si è ritrovato all’improvviso destituito dall’incarico – il senso delle parole di Amato non è minaccioso: «Lui vuole far sapere che la Beretti è a rischio, come aveva già detto in passato».
Quest’ultima allusione del legale è al tazebao affisso davanti al palazzo di giustizia quando era in corso il maxiprocesso Aemilia, in cui Amato fece riferimento al caso di don Artoni e le allusioni al figlio della presidente.
Vedremo cosa deciderà la Procura di Ancona. —
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