Tutti per fessi (duraki in russo)
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sul caso Savoini
REGGIO EMILIA. Corruzione internazionale. L’ipotesi di reato è in piedi alla Procura di Milano dal febbraio scorso nei confronti di Gianluca Savoini. Presidente dell’Associazione Lombardia-Russia, iscritto alla Lega dal 1991, già portavoce di Matteo Salvini, è il protagonista della conversazione moscovita con tre personaggi russi pubblicata dal sito americano BuzzFeed. Savoini avrebbe trattato per fare arrivare fino a 65 milioni di dollari alla Lega nell’ambito di un affare sul petrolio.
E che c’è da scandalizzarsi? Il vecchio Pci avrebbe preso soldi dall’antica Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. La vetusta Dc avrebbe goduto dei finanziamenti dagli imperialisti Stati Uniti d’America. Questa è la prima risposta scomposta, sostenuta da un auto-assolutorio e mozartiano “così fan tutte”.
La seconda risposta la trovo su Facebook e trasuda filosofia tafazziana: “Meglio essere la succursale della Russia che il campo profughi d’Europa”. Ma è il leader leghista – con tono sempre più stentoreo e loquela sprezzante, dunque convincente – a fornire la terza risposta al perché non c’è da scandalizzarsi. Alle 8 di venerdì Salvini ha dichiarato a Radio Anch’io: “È tutto ridicolo. Non abbiamo mai chiesto un rublo, un dollaro, un gin tonic, un pupazzetto a nessuno. Rispetto il lavoro di tutti. Ho la coscienza a posto. Querelerò chi accosterà soldi della Lega alla Russia. I bilanci della Lega sono trasparenti”.
Tralasciando il facile battutario radiofonico e le altre amenità, resta da capire che ci facesse Gianluca Savoini nella missione italiana a Mosca il 18 ottobre scorso; perché Savoini con altri due italiani all’hotel Metropol ha incontrato gli emissari russi.
Chi ha autorizzato Savoini a trattare con i tre russi su simpatie, sovranismi, forniture petrolifere, prezzi e percentuali; perché Savoini era presente anche alla cena in onore di Putin il 4 luglio a Villa Madama; perché la presidente del Senato Casellati ha ritenuta inammissibile la richiesta di sentire Salvini in aula definendo il caso un pettegolezzo giornalistico. Sarebbe infine utile sapere dalla Lega che differenza c’è fra una trattativa intavolata e il pubblico giuramento di non avere mai ricevuto un “rubl” (ritaglio, in russo). Considerata l’aria che tira, queste, tutte insieme, sono domande al vento.
Lo sprofondamento della mentalità del Paese e il degrado della politica, mi hanno reso pessimista. Gli ultrasuoni dei social e la distrazione di massa probabilmente spingeranno il Caso Rubli in un angolo smemorato dell’instabile luglio 2019. L’Italia non sa ricordare i fatti. L’Italia ha amnesie totali sulle vicende contemporanee (di ieri, l’altro ieri, un mese fa...), non sa raccordare gli avvenimenti tanto clamorosi, dissonanti, evidenti.
Anche se il Caso Rubli dovesse risultare insussistente, la sola bulimia politica di Salvini deve destare preoccupazione perché destabilizza. Conferma il disordine dentro il quale le regole sono state praticamente travolte. Basti scorrere il bollettino degli ultimi giorni. Il responsabile dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale per domani ha convocato al suo ministero i sindacati e Confindustria per parlare di lavoro, che è materia del ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio.
Nei dintorni della nomina dei nuovi vertici dell’Unione Europea Salvini aveva incontrato a Washington i massimi collaboratori di Trump anche per parlare di economia, che è materia del ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria. Il 4 luglio Salvini è stato il prim’attore della visita di Putin a Roma, come lo era stato del viaggio a Mosca il 18 ottobre scorso per parlare di politica, e relazioni internazionali, che sono materia del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi... E che sono tutte materie di Giuseppe Conte.
E che c’è da scandalizzarsi? Nulla. Se si considera che certe furberie, scavalcamenti, sovraesposizioni in un passato recentissimo avrebbero portato alle dimissioni immediate e irrevocabili dei ministri spodestati e alla crisi di governo, nonché all’incidente parlamentare, perché i ribaltoni nel quadro internazionale, le mutazioni di alleanze e relazioni sono materia delle Camere.
In un’altra dimensione critica il girovagare salviniano tra la Mosca di Putin e la Washington di Trump scatenerebbe il sospetto dell’utilizzo della disossata Italia per la disgregazione dell’Europa. Uno stato neo-sovranista come il nostro che cerca protezioni nelle due storiche superpotenze, finirà per essere assoggettato: è neo-servilista.
In altri tempi o in un altro contesto etico e civile ci stupiremmo, ci arrabbieremmo, chiedendoci se Salvini ci stia abbindolando. Il leader della Lega, quando la ricostruzione dei fatti l’altro ieri stava per prendere una brutta piega, ha spiegato: “Savoini non era invitato dal ministero dell'Interno... posso produrre i documenti di tutti i passeggeri che hanno viaggiato con me. Che ne so cosa ci facesse al tavolo? Chiedetelo a lui. Faccio il ministro dell'Interno e preferisco occuparmi di cose serie. Questa inchiesta è ridicola”.
Le cose serie sono due. Se la vicenda è così come ci viene spiegata da Salvini, allora è avvenuta a sua insaputa (va di moda) e Savoini a Mosca e a Roma era quindi un clandestino. Oppure non siamo più in grado di scandalizzarci. Comunque sia, ci stanno prendendo tutti per fessi. Duraki, in russo.
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