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Dagli effetti speciali di Méliès a Totò Tanta voglia di Spazio nel nostro cinema

LINDA MAGNONI

L’ambizione dell’uomo di posare il piede sul satellite ha sempre trovato una risposta nel lavoro dei grandi registi Cinecittà ha giocato un ruolo da protagonista mettendo in campo artisti e artigiani della macchina da presa

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50 anni dopo

LINDA MAGNONI

“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga di riandare i sempiterni calli?”

È il famosissimo incipit del “Canto notturno di un pastore errante dell'Asia”, in cui Leopardi, attraverso le parole di un pastore kirghiso, si interroga sul senso della vita. Era il 1830, e già si alzavano gli occhi al firmamento per trovare risposta a domande esistenziali. L’eterno moto lunare, il breve viaggio dell’uomo sulla terra, l’essenza stessa dell’universo. Domande che tornano, ciclicamente, ad affascinare chi osserva le stelle.

i primordi

Nel 1865 il grande scrittore francese Jules Verne scrive il romanzo “Dalla terra alla luna”: un’associazione di artiglieri americani annuncia di aver messo a punto un cannone in grado di raggiungere il nostro satellite. È un’idea balzana ma estremamente intrigante. Tanto che ispirerà uno dei primi film della storia, il celeberrimo “Voyage dans la lune” di Georges Méliès. Siamo nel 1902, e il cinema sta ancora imparando a leggere e scrivere. È nato appena sette anni prima, quando i fratelli Auguste e Louis Lumière organizzano la prima proiezione ufficiale, il 28 dicembre 1895. Ma le basi della grammatica ci sono già, e la sintassi pure: il cinema è un linguaggio, e come ogni linguaggio ha le sue regole e le sue eccezioni. Méliès, da bravo prestigiatore, le sa maneggiare molto bene. Il cinema dei primordi è un cinema artigianale, fatto proprio con le mani: il montaggio è tutta questione di forbici e colla. E così nascono anche i primi trucchi cinematografici, quelli che noi oggi chiamiamo “effetti speciali”: memorabile è l’immagine della faccia della luna che, con sembianze umane, viene accecata dal proiettile mandato in avanscoperta.

Ma il rapporto tra la luna e la settima arte è destinato a proseguire, forse anche grazie a un legame insito nell’etimologia stessa delle parole, se è vero che “luna” viene dalla radice indoeuropea “leuk-“, che significa “luce” o “luce riflessa”. E il cinema non è altro che il figlio prediletto della fotografia, termine che sta per “scrittura con la luce”. Quindi l’esplorazione continua, e anzi va oltre, concretizzando, almeno sulla pellicola, uno dei desideri più antichi dell’uomo: andare sulla luna. Lo fanno “I primi uomini sulla luna”, nel 1919, nel film di Bruce Gordon e J. L. V. Leigh tratto dal romanzo di H. G. Welles. Gli autori, senza saperlo, anticipano grazie alla magia del cinema quello che accadrà davvero, esattamente cinquant’anni dopo.

ALl’italiana

Bisognerà attendere altri dieci anni per la parità di genere: la prima donna a sbarcare sulla luna è opera di Fritz Lang, col suo “Una donna nella luna” del 1929, scritto dalla moglie Thea. Da lì in poi verranno tanti altri astronauti di celluloide, sfornati soprattutto dalle operose officine hollywoodiane. Ma anche il bel paese dà il suo contributo, e lo fa nel 1958 con “La morte viene dallo spazio” di Paolo Heusch: un razzo a propulsione atomica viene lanciato sulla luna. Arriva invece in mezzo a un gruppo di asteroidi, generando il pericolosissimo rischio di collisione con la Terra... Questo film si avvale della fotografia e degli effetti speciali di colui che diventerà il guru dei B-movies all’italiana: Mario Bava. Ma soprattutto questo film solleticherà la fantasia di Totò, che ne fa una parodia nel coetaneo “Totò nella luna”, diretto da Steno.

I CAPOLAVORI

Siamo già negli anni Sessanta, gli anni di “Star Trek”. La fantascienza impazza e riempie le sale. E la luna illumina lo schermo: dal sempreverde “Il pianeta delle scimmie” di Schaffner, che si evolve in una lunga serie di sequel, ultimo dei quali uscito un paio di anni fa, al capolavoro kubrickiano per eccellenza, “2001: Odissea nello spazio”, del 1968. Quel genio di Kubrick costruisce una base statunitense nel cratere lunare Clavius e, così facendo, posa una pietra miliare del cinema. Dopo i dubbi negazionisti di “Capricorn One” di Peter Hyams, in cui si condensano le teorie del complotto secondo cui l’allunaggio era solo un grande inganno orchestrato dalla Nasa, si arriva agli anni Ottanta.

I gusti del pubblico si sono evoluti e il cinema pure: è l’era dei grandi blockbuster, i campioni d’incassi. Arriva un certo Steven Spielberg e mette la luna sullo sfondo. Ma è un’immagine che passa alla storia: chi non ha in mente la silhouette di E.T. l’extra-terrestre e del suo amichetto umano che, a bordo di una bicicletta, si librano in cielo? Il genere che però imperversa in questi anni è certamente l’horror, e quindi ecco una sfilza infinita di creature della notte uscire dai loro angoli bui per bagnarsi alla luce della luna: zombie, vampiri, lupi mannari, mostri e mostriciattoli riempiono schermi e Vhs.

Dal “lupo mannaro americano a Londra” di John Landis ai morti viventi di “Thriller”, il famosissimo videoclip di Michael Jackson, il meccanismo è lo stesso: è la luna piena ad innescare la metamorfosi, qualunque essa sia.

postmoderno

Negli anni Novanta arriva il postmoderno, e i generi si mescolano. La luna diventa protagonista di grandi successi, come “Apollo 13” di Ron Howard: “Houston, abbiamo un problema”... Ma anche di remake e commedie demenziali. Persino di cartoni animati: Sailor Moon, l’eroina dell’omonimo anime giapponese, è protetta dalla luna e ha la missione di difendere gli abitanti della Terra. Fino ad arrivare al recentissimo “First Man – Il primo uomo”, il film diretto da Damien Chazelle che racconta la vera storia del primo vero uomo a posare piede sulla luna, Neil Armstrong, impersonato da Ryan Gosling. E chissà se anche lui, con quel “piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità”, è inciampato nel senno che aveva perso l‘Orlando Furioso del nostro concittadino Ludovico Ariosto. O se forse invece ha trovato risposta alle domande del pastore di leopardiana memoria. “Forse s’avess’io l’ale da volar su le nubi, e noverar le stelle ad una ad una, o come il tuono errar di giogo in giogo, più felice sarei, dolce mia greggia, più felice sarei, candida luna. O forse erra dal vero, mirando all’altrui sorte, il mio pensiero: forse in qual forma, in quale stato che sia, dentro covile o cuna, è funesto a chi nasce il dì natale.” —



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