I sindacati: «Un altro anno di cassa integrazione alla Sare»
La proposta sarà discussa il 26 luglio. Al presidio arriva anche Silvia Prodi Gli operai passano da 26 a 25 a causa della decisione di uno di loro di licenziarsi
Bibbiano. Continua il presidio degli operai della Sare a rischio licenziamento. Ieri hanno incassato anche il sostegno della consigliera regionale Silvia Prodi (gruppo misto) e c’è stato un incontro con la proprietà a Reggio Emilia. Nemmeno il temporale ha fermato la protesta dei lavoratori, che prosegue da quasi tre settimane, con un presidio fisso davanti alla ditta di Barco dove ieri mattina è arrivata la Prodi. Intanto uno degli operai si è licenziato e ora sono in 25 a protestare. La ditta il 20 maggio ha avviato la procedura di licenziamento collettivo dopo tre anni di cassa integrazione, senza dare alcuna garanzia per il Tfr. Tra i dipendenti e le loro famiglie la preoccupazione cresce ogni giorno. Sono tutti residenti in Val d'Enza.
Gli operai ieri hanno spiegato alla Prodi la situazione critica e delicata facendole un quadro completo: da quando la ditta è entrata in crisi, le ferie forzate e la cassa integrazione, fino alla scelta del presidio e della protesta.
L’INCONTRO A REGGIO
Sempre ieri, alle 15, al Centro per l’impiego di Reggio si è tenuto il secondo incontro fra le parti al quale hanno partecipato il proprietario Liberato Spezia, con il suo commercialista, le Rsu, i sindacalisti Cisl e Cgil e Vanni Salatti per la Regione.
L’incontro è durato tre ore, nelle quali i sindacati hanno avanzato la proposta di applicare un altro anno di cassa integrazione. Per avere il tempo di valutare la richiesta avanzata è stato proposto di aggiornarsi a un altro incontro il 26 luglio, alle 14.30, sempre presso Centro per l’impiego di Reggio, dove si parlerà anche delle garanzie in merito al Tfr dei venticinque operai. Tema questo piuttosto caldo.
I lavoratori continueranno a rimanere in presidio fino a quando non sarà raggiunto un accordo soddisfacente.
l’interrogazione
La vertenza tra sindacati e azienda per la chiusura del salumificio Sare di Bibbiano è ora anche al centro di un’interrogazione di Silvia Prodi.
«La proprietà dell’azienda, specializzata nella lavorazione delle carni (prosciutto cotto) – spiega Silvia Prodi – ha avviato in data 20 maggio 2019 la procedura di licenziamento collettivo per cessazione dell’attività di tutti i 26 dipendenti attualmente in forza, tra impiegati ed operai. Lo stabilimento, tuttavia, anche se fermo da tre mesi, è in perfette condizioni di funzionamento e manutenuto. La sua crisi è dovuta a fattori non riconducibili alla forza lavoro, ma esclusivamente a condizioni generali di mercato».
«L’azienda – prosegue la Prodi – ha richiesto la sottoscrizione di un verbale di chiusura della procedura in bonis, impegnandosi a erogare le retribuzioni arretrate ed il Tfr secondo un piano rateale scaglionato in 18/24 rate, e la parte sindacale si è dichiarata disponibile all’accettazione del piano a condizione che, contestualmente alla firma dell’accordo, venisse rilasciata una garanzia reale sui crediti dei lavoratori sotto forma di iscrizione ipotecaria volontaria».
Silvia Prodi spiega che, però, non sarebbe stato trovato un accordo, visto che «la proprietà non ha accettato la richiesta dei sindacati asserendo che, in ogni caso, i lavoratori avrebbero, rispetto al Tfr, accesso al fondo di garanzia costituito presso l’Inps (che interviene però solo in caso di procedura concorsuale aperta)», e anche l’assemblea dei lavoratori ha respinto il piano.
Nel frattempo, sarebbe emerso un presunto «interessamento di imprenditori ad un eventuale subentro, fatto non smentito dall’azienda anche se sminuito».
La parte sindacale avrebbe quindi chiesto di «fare ricorso alla cassa integrazione straordinaria per mantenere in vita i rapporti di lavoro e consentire all’attuale proprietà di avere più tempo per individuare l’acquirente e favorire il transito dei lavoratori da un assetto all’altro».
Prodi chiede quindi alla Regione in che modo si possano preservare i posti di lavoro dei dipendenti, o «quali azioni mettere in campo affinché la proprietà dia piene garanzie sulla corresponsione ai lavoratori del Tfr spettante».
Altra richiesta della consigliera, sapere «se vi siano situazioni analoghe per quanto riguarda il comparto lavorazione carni», settore dove è riconosciuta «una pesante migrazione verso pratiche di sfruttamento lavorativo attraverso subappalti», e se «questo specifico caso non possa avere simile configurazione». —
Da.Al.
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