Il negozio di spedizioni è la base operativa per il riciclaggio del denaro sporco cinese
Scoperto dalla Finanza un giro di soldi da centinaia di migliaia di euro. Otto indagati: espulse due prostitute irregolari
In apparenza era un’attività che si occupava di spedizione di pacchi all’estero ma, in realtà, era la copertura perfetta per mascherare un vastissimo giro di riciclo di denaro sporco guadagnato in modo illecito da attività cinesi di vario genere. Un’organizzazione collaudata e strutturata, che probabilmente andava avanti da molto tempo, scoperta e disinnescata dalla Guardia di finanza reggiana in oltre un anno di complesse indagini.
le indagini
Tutto è iniziato nella primavera del 2018 quando una segnalazione anonima giunta alle Fiamme Gialle – probabilmente partita da un connazionale dei cinesi che gestivano il giro di soldi – ha fatto scattare gli accertamenti dei finanzieri, coordinati dal capitano Claudia di Pirro Bellisario e dalla procura di Reggio Emilia.
La soffiata indicava come base operativa un negozio di spedizioni in piazzale Marconi, sotto i portici antistanti la stazione storica.
«Le indagini – spiega il capitano Bellisario – sono state portate avanti con tutti gli strumenti a nostra disposizione, dagli appostamenti alle intercettazioni, fino alle videoregistrazioni».
Tenere sotto controllo quell’attività è stato come scoperchiare il vaso di Pandora. I militari hanno infatti scoperto – nel corso dell’operazione denominata non a caso “Chinatown” – che quel negozio aveva sì molti clienti: nessuno di loro si recava in stazione per spedire pacchi, ci andavano per spedire soldi.
«La rete di persone che andava in quell’attività – prosegue il capitano della Finanza – era molto fitta. Presumiamo che andassero su appuntamento perché il negozio non era sempre aperto e non sempre negli stessi orari».
riciclaggio
Un giro di affari non ancora quantificato, ma che si stima ammonti a centinaia di migliaia di euro.
Secondo quanto accertato dai finanzieri, i cinesi si recavano nel negozio con denaro contante racchiuso in buste, zainetti o borselli.
A quel punto iniziava il lavoro di riciclaggio. Se le indagini sono ancora in corso per risalire con esattezza al metodo utilizzato dai denunciati, l’ipotesi è che chi gestiva il giro di soldi avesse in disponibilità dei conti in Cina dai quali trasferire sui conti cinesi dei “clienti” le somme corrispondenti al denaro contante versato.
I soldi che restavano in Italia, invece, venivano probabilmente reinvestiti in altre attività di vario genere. Una vera e propria attività finanziaria abusiva capace, vista la vasta rete di contatti, di fruttare molto aggirando le regole e la tassazione imposta dalla legge.
camuffamenti
A seguito delle perquisizioni della Finanza nel negozio di piazzale Marconi, i gestori hanno cercato di depistare le indagini cambiando la tipologia di commercio: «Sono passati alla vendita di cannabis light – conferma il capitano Bellisario – ma per poco tempo». In seguito hanno infatti venduto e attualmente il locale risulta chiuso. Il tentativo dei cinesi non ha però dato i suoi frutti: conclusa l’operazione, la Finanza ha proceduto con le denunce.
i denunciati
Complessivamente gli indagati sono otto, cinque dei quali accusati della gestione dell’attività di piazzale Marconi: due donne e sei uomini tra i 30 e i 35 anni di origini cinesi.
I reati ipotizzati sono esercizio abusivo dell’attività finanziaria, riciclaggio, sfruttamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina. Seguendo una delle due donne indagate, infatti, le Fiamme Gialle sono risalite anche a un giro di prostituzione i cui proventi venivano poi riciclati dall’attività in zona stazione.
Ma chi si rivolgeva ai “banchieri abusivi” aveva attività di vario genere, ed è anche su di loro che si stano concentrando adesso le attenzioni della Finanza. Fra di loro anche il titolare di un bar, sempre a gestione cinese, che portava migliaia di euro in contanti. —
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