Il Riesame rigetta il ricorso L’impianto resta sequestrato
Due imprenditore sono indagati per gestione illecita di rifiuti: facevano da intermediari tra aziende alimentari e quelle produttrici di biogas
gualtierI. Sono da ritenersi rifiuti come sostiene l’accusa o sottoprodotti di produzioni alimentari come invece sostiene al difesa? È questo il nodo dell’indagine che, a maggio, a fatto scattare i sigilli su un impianto di Gualtieri, in affitto a due società i cui titolari ora risultano indagati per gestione illecita di rifiuti. Dopo la convalida del sequestro pronunciata dal gip, ora l’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Piera Cristina Giannusa e portata avanti dai carabinieri forestali incassa anche la sentenza favorevole del Riesame. È stata rigettata dal giudice Sarah Iusto, infatti, l’istanza di dissequestro presentata dai difensori dei due indagati – un imprenditore e una imprenditrice di 33 e 32 anni, residenti a Reggio Emilia – titolari delle due imprese individuali, la Ecopoolservice e la Bios, con sede a Santa Vittoria, dedicate alla commercializzazione di materiale di origine alimentare da utilizzare negli impianti di biogas.
Quest’ultima sentenza fa riferimento al cuore delle contestazioni: il fatto che le due ditte risultano essere prive delle autorizzazioni relative alla gestione dei rifiuti. Ma nonostante questo, abbiano svolto attività di raccolta di scarti di lavorazione provenienti da aziende agricole, dolciarie e della panificazione. Materiali che poi venivano stoccati negli stabilimenti di Gualtieri, in affitto alle due aziende, e poi girate ad altre aziende, che la reimmettevano nei loro processi agricoli e produttivi.
Per la difesa, questi materiali sono sottoprodotti dell’industria alimentare e non rifiuti. Ma non la pensa così la procura che ne aveva chiesto il sequestro e il gip che lo ha confermato, ritenendo questi materiali rifiuti. Il giudice del Riesame ora fa notare come a riprova di questo ci sia anche il fatto che le aziende degli indagati venivano pagate per ricevere questi materiali (si parla, ad esempio, di ingredienti alimentari scaduti). Somme sensibilmente più basse di quelle che le aziende conferitrici spendevano conferendole invece ad aziende specializzate nel trattamento dei rifiuti, scrive il giudice Iusto in sentenza. La quale scrive anche che «le indagini svolte dalla polizia giudiziaria hanno evidenziato in modo incontestato che gli indagati svolgono un’attività imprenditoriale di raccolta, trasporto e gestione di scarti di lavorazioni industriali». Un’attività che consisteva nella «intermediazione tra produttori di scarti di lavorazione e aziende che dovrebbero utilizzare tali scarti nell’ambito dei loro processi produttivi nel campo della produzione di bioenergia». Per il giudice non ci sono, tra i documenti sequestrati dai forestali nelle aziende, prove che i materiali raccolti poi finissero in impianti biogas: in un caso perchè alcune fatture fanno riferimento a un’azienda destinataria non dotata di impianti biogas, in altri perché per i materiali raccolti negli ultimi mesi non ci sono documentazioni sulla destinazione finale. Per il giudice questo è sufficiente, in base alla normativa, per qualificare tali materiali come rifiuti. Con le conseguenze penali del caso. —
Elisa Pederzoli
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