Presidente di seggio nei guai per due schede ma il giudice l’assolve
Le ha gettate in un cestino il giorno dopo le votazioni del 2018 Se ne accorse una farmacista. La difesa: «Non erano votate»
REGGIO EMILIA. Siamo in zona San Pellegrino il giorno dopo le elezioni politiche 2018.. È tardo pomeriggio e l’attenzione di una farmacista viene attirata dai movimenti di una donna all’esterno del negozio. Tutto avviene il 5 marzo in pochi attimi: la donna arriva, tira fuori dalla borsa due fogli di carta, li accartoccia e li getta in un cestino, per poi andarsene. Nulla di strano, ma solo apparentemente, perché la farmacista ha un sospetto su quei fogli di carta, cioè che si tratti di schede elettorali. Per togliersi il dubbio poco dopo va sincerarsi e nel cestino vi sono proprio due schede elettorali, una rosa per la Camera e una gialla per il Senato. A quel punto la farmacista chiama la polizia. Non ha riconosciuto la donna, ma sarà comunque utile alle indagini, perché indica la presenza nell’area di telecamere di videosorveglianza. E da quei filmati, visionati dalla Digos, non salta fuori solo quanto avvenuto, ma viene anche individuata la donna che ha avuto a che fare con le votazioni politiche, in quanto presidente di seggio. Le indagini sono coordinate dal pm Maria Rita Pantani, facendo riferimento ad una norma precisa in materia di votazioni che prevede la sottrazione di schede elettorali al fine di distruggerle. Alla presidente di seggio viene notificato l’atto di indagine e la richiesta di interrogatorio, ma nel maggio 2018 lei – assistita dall’avvocato difensore Ernesto D’Andrea – s’avvale della facoltà di non rispondere. Una scelta che incamminerà le indagini verso l’udienza preliminare.
L’accusa – prevista dall’articolo 100 del dpr 361 del 1957 – è pesante, con aggravamento per chi fa parte di un seggio elettorale, con pena prevista da 2 a 8 anni di reclusione e multa sino a 20mila euro. Alcuni giorni fa il processo – con rito abbreviato – davanti al gup Dario De Luca. Per il pm Pantani siamo di fronte «ad una condotta deplorevole, da parte di una persona che, sottraendosi, all’interrogatorio, non si è nemmeno giustificata». L’aver gettato quelle due schede in un cestino – sempre per l’accusa – è un evidente turbamento del regolare svolgimento delle votazioni, da qui la richiesta di una condanna a due anni di carcere (il che provocherebbe anche la perdita del diritto al voto per l’imputata che non è presente in aula). Di diverso avviso l’avvocato D’Andrea che agisce in punta di diritto, sfoderando due sentenze della Cassazione per casi simili, specie per un particolare non indifferente: le due schede “incriminate” erano state bollate dal seggio, ma non votate. «Non erano state utilizzate – rimarca il difensore chiedendo l’assoluzione per la sua assistita – il che significa non aver leso la regolarità e correttezza delle votazioni, non è stato modificato il risultato elettorale». Tesi difensiva accolta dal gup De Luca, da qui l’assoluzione «perchè il fatto non sussiste». —
T.S.
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