Il bomber condannato «ma non è un mafioso»
I giudici non gli credono sulle armi lasciate al padre «Non ha però agito per favorire l’associazione mafiosa»
REGGIO EMILIA. Vincenzo Iaquinta non è un mafioso. Semmai è sempre stato legato al padre Giuseppe, che lo ha trascinato in alcune occasioni verso una sponda pericolosa, fatta di frequentazioni malfamate e altri affari per i quali Pino - come è chiamato il padre - è stato condannato a 19 anni per associazione mafiosa in Aemilia. Una condanna alla quale il figlio si è opposto urlando dal fondo dell’aula bunker nell’ottobre scorso, furente verso i giudici: «Siete ridicoli, deve saperlo tutto il mondo quello che avete fatto».
I giudici del maxi processo contro la ’ndrangheta non credono alla versione dell’ex bomber della Nazionale di calcio sulla mancata custodia di due pistole e di alcune munizioni, lasciate nella disponibilità del padre Giuseppe che non poteva averle perché colpito da uno specifico divieto prefettizia. E per questo hanno condannato il calciatore a due anni nel primo grado del rito ordinario. Ma, allo stesso tempo, il tribunale di Reggio Emilia sottolinea proprio l’estraneità del campione del Mondo all’associazione ’ndranghetista di cui invece il genitore Giuseppe, è considerato figura strategica. È breve, ma chiaro, il passaggio dedicato all’ex calciatore nelle 3.200 pagine scritte per motivare la sentenza. «L’estraneità di Vincenzo Iaquinta all’associazione mafiosa e lo strettissimo rapporto personale con il padre - si legge - lasciano persistere il ragionevole dubbio che egli non abbia agito nel perseguimento della finalità tipica contestata (cioè l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa, che gli contestava la Dda, ndr) bensì al solo scopo di aiutare il padre». Il 31 ottobre, mentre i giudici stavano ancora leggendo il dispositivo sul padre, condannato a 19 anni, i familiari uscirono indignati dall’aula di giustizia: «Il nome ’ndrangheta non sappiamo neanche cosa sia nella nostra famiglia», disse l’ex calciatore. Per il collegio del tribunale, invece, il padre Giuseppe è personaggio importante nella cosca emiliana legata ai Grande Aracri di Cutro, nel Crotonese, zona di cui è originario. In particolare «grazie alla sua brillante carriera di imprenditore edile, alla sua incensuratezza, alla disponibilità di denaro e alla positiva immagine pubblica del figlio Vincenzo, noto giocatore della serie A di calcio e campione del mondo, rappresenta una delle figure maggiormente importanti, strategiche, all'interno del sodalizio criminoso», spiega la sentenza, dove si dice anche che proprio uno come Giuseppe serviva alla cosca «per elevare l’immagine del gruppo e renderla presentabile e affidabile agli occhi del mondo imprenditoriale, politico e, in generale, sociale».
A pesare su Pino Iaquinta i ruoli nell’affare Blindo, un cambio valuta - poi non concretizzatosi - con la collaborazione di Roberta Tattini, la commercialista bolognese a disposizione del boss Grande Aracri. Il faro fu acceso anche per gli intrecci familiari di Pino Iaquinta: la moglie è sorella di Rosario Sorrentino, ’ndranghetista scomparso a Cutro per lupara bianca nel 2000. Il nipote di Pino, Gaetano Belfiore, è il fidanzato di Nicol Valentina Grande Aracri, figlia del boss, con il quale Iaquinta è amico di vecchia data, tanto da partecipare a riunioni e feste insieme. —
E.L.T.
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