«La ’ndrangheta in Emilia moderna e vestita bene ha conquistato il Nord»
Aemilia, le motivazioni: «Mafia radicata e intrecciata con economia e politica» Per i giudici è confermata l’autonomia e l’egemonia su Reggio: «Allarmante»
L’Emilia per la ’ndrangheta calabrese ha rappresentato l’Eldorado. Una ’ndrangheta che con gli affari gemmati tra l’Appennino e il fiume Po si è emancipata dalla povertà diffusa del Sud conquistando nuovi spazi anche ai piani alti dell’economia che traina il Paese. Una criminalità che ha potuto cambiare quindi forme e «ha vestito un abito nuovo», «presentabile», di fatto imprenditoriale, pur rimanendo fedele alla sua «consolidata fama criminale». È questa la descrizione della cosca emiliana che emerge con maggior forza dalle 3.200 pagine delle motivazioni della sentenza del processo Aemilia, il più grande processo per mafia celebrato al Nord, e che si è concluso a Reggio Emilia lo scorso ottobre con 118 condanne per oltre 1.200 anni di carcere.
Quattro volumi rilegati che rappresentano una pietra miliare viste le conclusioni del collegio dei giudici del processo che fissa il radicamento del clan partito da Cutro per insediarsi con i boss in soggiorno obbligato a Reggio Emilia, dove trent’anni fa è stata inoculata una cellula ormai autonoma di ’ndrangheta ora egemone. «Un fenomeno criminale assolutamente allarmante», «radicato da decenni» ma «senza mai rinunciare ad avvalersi della forza di intimidazione».
LA METAMORFOSI
Gli atti - estensore il giudice reggiano Andrea Rat - ricostruiscono la fitta mappa di reati fatta di incendi, estorsioni, usura, affari illeciti e intrecci con la politica. Dopo gli omicidi di mafia in città del 1992 a Reggio, il sangue ha lasciato spazio alla mutazione affaristica, lanciata dalla girandola della false fatturazioni dei sodali del clan, spesso legati da parentele, diventati imprenditori di grido. Il processo Aemilia è un punto di svolta perché, come ricordano i giudici, inserisce per la prima volta dentro lo stesso perimetro illeciti prima scollegati, ricostruendo così il vasto sodalizio criminale legato alla cosca guidata dal boss Nicolino Grande Aracri. Un’associazione di stampo mafioso che vede Reggio epicentro della metastasi con riverberi a Modena, Mantova, fino a Ferrara e Cremona e propaggini in Veneto.
IL PENTITO "CHIAVE"
«Signor presidente, a Reggio Emilia siete tutti, nessuno escluso, sotto uno stadio di assedio e assoggettamento ’ndranghetistico che non ha eguali nella storia reggiana, nemmeno i terroristi erano arrivati a tanto». Sono le parole di Antonio Valerio, figura chiave della criminalità cutrese a Reggio, pentitosi nel processo Aemilia di cui è diventato uno dei cardini dell’accusa. Ha confermato che non si trattava di un gruppo di calabresi dediti solo alle fatture false, bensì di un clan, dando così sostanza all’aggravante mafiosa che ha appesantito buona parte delle condanne. Lo stesso tribunale di Reggio ha scelto le sue frasi come citazione emblematica, riportata in apertura del tomo che contiene la sentenza di primo grado, che segue quella dell’abbreviato già passata in Cassazione con 55 condanne per ulteriori 298 anni di carcere destinati ai capi del clan. «La ’ndrangheta qui a Reggio Emilia - viene riportato ancora dalla parole di Valerio in udienza - è autonoma, evoluta e tecnologica». E «non sono le nostre origini la discriminante, ma ciò che siamo - disse Valerio - cioè mafiosi e ’ndranghetisti, maledettamente organizzati».
IL CASO IAQUINTA
Il processo è assurto all’onore delle cronache per il coinvolgimento dell’ex bomber della Nazionale, Vincenzo Iaquinta, da anni residente nel Reggiano con la famiglia. Il campione del mondo è stato condannato a due anni per una irregolare custodia di armi, è ritenuto dai giudici estraneo all’associazione mafiosa, di cui invece è parte il padre, Giuseppe, noto costruttore calabrese che dallo scorso ottobre è in carcere a Voghera. Oltre ai muratori e agli immobiliaristi cutresi, in Aemilia sono finiti però altri alfieri dell’economia locale, come Augusto Bianchini, l’imprenditore della bassa modenese condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. O Mirco Salsi, l’ex patron della Reggiana Gourmet, condannato anch’egli in primo grado per una tentata estorsione, senza scordare professionisti, consulenti e decine di prestanome finiti a processo.
Autonomi ma FEDELi
Nella sentenza viene ribadito un altro caposaldo: oltre all’esistenza di una vera e vasta associazione criminale, la cosca emiliana si è evoluta a tal punto da diventare autonoma, seppur fortemente legata alla casa madre calabrese. Lo conferma anche «l’autonoma determinazione di strategie pubbliche e politiche da adottare a tutela del gruppo anche nei momenti di fibrillazione» e la ricerca «di contatti con esponenti della politica, della pubblica amministrazione nonché della informazione locale, nel tentativo di influenzarla e di colpirla». Ma autonomia non significa «recisione di qualsiasi rapporto con la casa madre e con il suo capo».
Mentre la politica è rimasta in secondo piano, il collegamento con l’economia e i colletti bianchi resta primario: il clan è «entrata in affari» con l’economia reggiana ed emiliana, «di cui ha mantenuto il controllo, fino a convincerla della proficuità dell’utilizzo dei suoi metodi di cui è talvolta rimasta vittima». Una pietra miliare sulla quale si abbatterà ora una pioggia di ricorsi in Appello. —
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