Amato: «I culti sono alimentati anche da migranti clandestini»
reggio emilia. «Indiscutibilmente nei flussi di immigrati clandestini ce ne sono anche alcuni che hanno finito per implementare le file di questi “cult”. Di questo si è avuta un’evidente conferma materiale». Ad affermarlo è il procuratore capo della Dda di Bologna, Giuseppe Amato, illustrando l’operazione “Burning flame” che ha portato al fermo di numerosi affiliati all’organizzazione mafiosa nigeriana denominata Maphite. «È oltremodo difficile – aggiunge il magistrato – avere ad oggi la possibilità di un filtro che possa consentirci di selezionare il buono dal cattivo».
Nello spiegare le caratteristiche dei clan mafiosi nigeriani come i Maphite, Amato spiega poi che: «Questi gruppi emulano le organizzazioni criminali nostrane come la ’ndrangheta. È un fenomeno che dobbiamo reprimere adesso, prima che abbia il tempo di radicarsi e svilupparsi completamente».
Si tratta di una mafia circoscritta nella comunità nigeriana ma che, come le mafie “tradizionali” italiane, possiede una grande capacità intimidatoria: agli affiliati basta indossare qualcosa di verde, magari un basco, per farsi riconoscere. La scelta nel condurre le indagini, prosegue il procuratore capo della Dda, è stata quella di «colpire i vertici lasciando da parte i singoli reati fine», che «abbiamo consegnato alla definizione dei singoli processi, aperti in questi mesi o anni e che saranno aperti anche nei prossimi mesi». L’operazione “Burning flame”, invece, si è concentrata sui capi dell’organizzazione «nel momento in cui questi, strutturalmente coordinati e valorizzati tra di loro – aggiunge Amato – venivano a dettare le regole generali delle attività illecite che poi dovevano essere compiute».
Per farlo «abbiamo ritenuto di procedere con i fermi, senza attendere i provvedimenti di custodia cautelare richiesti al gip», continua il procuratore, puntando sulla «pericolosità di questa associazione».
Ed è concreto anche il pericolo di fuga, prosegue Amato, visto che «alcuni si sono già trasferiti all’estero e altri avevano intenzione di allontanarsi». Per quanto riguarda le due persone che per adesso hanno evitato il fermo, «sono in Europa e ci determineremo a chiedere il mandato di arresto europeo». Tanto i Maphite quanto i clan mafiosi nigeriani a loro simili sono dunque organizzazioni «molto pericolose – avverte Amato – e non solo per la forma di violenza intrinseca che veniva esercitata a volte in scontri violenti, soprattutto con armi bianche, tra le organizzazioni rivali». Vale, infatti, anche per i cosiddetti «reati fine», sottolinea il procuratore, citando in particolare «la riduzione in schiavitù e la tratta che qualificano e caratterizzano lo sfruttamento della prostituzione delle ragazze nigeriane». Ma altamente «pericoloso» è anche il traffico di droga, conclude Amato: si parla ad esempio dell’eroina gialla «che nei mesi scorsi ha creato molti problemi in termini di morti per overdose». —
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google