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Il grande passo, promessa non mantenuta

ANDREA MASTRANGELO;

Mezzo secolo fa l’umanità ha conquistato lo spazio ma ancora oggi non riesce a conquistare la pace per gli uomini

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passato e futuro

ANDREA MASTRANGELO

Il piccolo passo per un uomo e il grande passo per l’umanità (“One small step for a man, one giant leap for mankind”) sono entrati nel calderone delle frasi di circostanza, buone da utilizzare in qualsiasi contesto, anche il più insignificante. Neil Armstrong l’aveva studiata bene, doveva averle dedicato una grande attenzione, come a una parte fondante del proprio addestramento.

La sua frase è una delle icone della più grande avventura dell’umanità, al pari dell’impronta del piede o della bandiera a stelle e strisce che campeggia sullo sfondo del cielo nero.

Giustamente tutto il mondo celebra un avvenimento che ha inciso sulle nostre vite più di quanto si possa credere. Le ricadute della conquista della Luna sono state enormi, in campo tecnologico e anche in termini di pensiero. Se oggi in un nostro telefonino c’è più tecnologia che in tutto l’Apollo 11, lo dobbiamo anche al coraggio di quei navigatori del cielo che salparono senza avere una reale certezza di ritornare.

Il piccolo passo per un uomo e il grande passo per l’umanità restano tuttavia una delle dichiarazioni che meno si avvicinano a qualcosa di veramente realizzato, se andiamo a ripercorrere quanto accaduto dal giorno successivo a quella notte di luglio di cinquant’anni fa.

L’umanità alla quale si riferiva Armstrong in realtà era solo una porzione di mondo, quella uscita vincitrice da uno sforzo tecnologico dall’evidente scopo bellico. Il successo statunitense coincideva con la sconfitta del blocco del comunismo reale e di tutti i paesi satelliti, quelli che all’epoca con malcelata ipocrisia venivano definiti “non allineati”.

Dovevano ancora passare diversi anni perché un astronauta americano e uno sovietico si stringessero la mano nello spazio (mossa più di propaganda che di sostanza) e perché gli ultimi brandelli di Urss realizzassero una base orbitante chiamata Mir, cioè “pace”.

La fine della contrapposizione fra blocchi non è coincisa con l’abolizione della guerra, anzi la disperata ricerca di un nemico dopo la fine del comunismo realizzato ha portato a un proliferare di conflitti ancora una volta presentati come la “definitiva” battaglia contro il male, quando questo male era solo un paravento per nasconderne le motivazioni economiche.

Nessuna di queste battaglie si è rivelata, ovviamente, definitiva; perché nessuna guerra può mai esserlo.

Ben pochi, e inconcludenti, sono stati gli sforzi per eliminare le cause della sopraffazione dell’uomo sull’uomo, unica vera causa di qualsiasi guerra. Che dal 1948 a oggi non si sia trovata una soluzione al caos del Mediorente è testimonianza dell’interesse a che una guerra si combatta, anziché si cessi o non si intraprenda affatto. Rendendo insignificante la vita umana. Lo sfacelo nel quale si è gettato un paese di grande civiltà come la Siria ce lo dice chiaramente.

La Luna l’abbiamo conquistata ma non siamo stati capaci di trarre fuori dalla schiavitù i soldati bambini dell’Africa, non riusciamo a dare una casa ai baraccati delle favelas, non troviamo i soldi per sfamare popoli ai quali basterebbe davvero poco per scansare la compagnia della morte. E preferiamo combattere le nostre battaglie con le armi piuttosto che con i libri.

Mentre oggi l’umanità ricca si distrae di fronte ai nuovi muri costruiti per tenere i poveri lontani dalla vista, si combatte un’altra guerra (questa sì potenzialmente definitiva) contro l’ambiente, sottoposto a una predazione che sa di spregio verso le generazioni che verranno.

Il cinquantesimo della conquista della Luna, clamorosa dimostrazione della nostra capacità di trasformare i sogni in realtà, deve essere una festa ma anche un’opportunità per riflettere. Perché il piccolo passo dell’uomo lo abbiamo compiuto, ma quello grande per l’umanità lo stiamo ancora aspettando. —

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