Gazzetta di Reggio

Reggio

Le motivazioni della sentenza di reggio 

«Omertà e reticenze in aula: ecco la mafiosità»

Enrico Lorenzo Tidona
«Omertà e reticenze in aula: ecco la mafiosità»

Il giudice: «Smisurata quantità di testimoni falsi. Altri in silenzio perché terrorizzati dalle ritorsioni. Uno fuggì all’estero»

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Durante le udienze reggiane del processo Aemilia è stata nuovamente accertata in primo grado l’esistenza di un’associazione mafiosa. Ma i giudici hanno vagliato anche una massa di reati, prima informe, aggravati dal metodo mafioso. Nelle motivazioni della sentenza sono contenuti 200 reati tra incendi usure, estorsioni, trasferimento fraudolento di valori, reimpiego di denari di provenienza illecita, frodi fiscali, truffe, ricettazioni, cessione di stupefacenti, porto e detenzione illecita di armi, accessi abusivi a sistemi informatici, abusi d'ufficio, corruzione. Un’infinità di vicende sulle quali l’aggravante ha allungato le pene, sfociate in oltre un millennio totale di carcere finito in capo a 118 imputati. Oltre a dover accertare i colpevoli dei reati, quindi, i giudici Francesco Caruso, Cristina Beretti e Andrea Rat hanno dovuto accertare per buona parte l’utilizzo del metodo mafioso, questione centrale sulla quale si sono scontrati accusa e difesa.

MAFIOSI E NON MAFIOSI

Per i giudici, come si legge nelle 3.200 pagine delle motivazioni, la mafiosità c’è ed è evidente. Si è infatti palesata davanti ai loro stessi occhi durante le udienze, tra omertà e testi reticenti. «Le plurime estorsioni commesse in danno di imprenditori e di non imprenditori, le azioni incendiarie e tutti gli altri reati fine aggravati dal metodo mafioso accertati nell’ambito del predetto procedimento, nonché, significativamente, l’omertà, la falsità, la reticenza e addirittura, il timore manifestato in aula dai testimoni, e la mancanza di denunce relative a fatti costituenti reato ne sono, esemplificativamente, la prova più eloquente e immediata» scrive il giudice estensore Andrea Rat. «Ed invero, oltre alla smisurata quantità di testimoni falsi o reticenti, ripercorribile nel corso della presente sentenza e nell’ordinanza adottata all’atto della lettura del dispositivo, il richiamo va al ricordo, ancora vivo, dei testimoni che si sono letteralmente rifiutati di testimoniare perché terrorizzati dalla possibilità di subire gravi ritorsioni per sé o per la propria famiglia, così preferendo subire una denuncia per falsa testimonianza che affrontare il terrore di possibili ritorsioni». Rat entra nel dettaglio: «Due nomi su tutti: Balzano Antonio e Lusetti Matteo, il quale, addirittura, è fuggito dall’Italia ove non vuole più fare rientro. Parimenti eloquenti sono il rifiuto di deporre ed il timore scolpito sul volto del testimone De Simone (affare Oppido) sebbene complice, e non vittima, dell’azione criminale».

GLI INCENDI

Ma ci sono poi eventi che sono entrati negli atti del processo e hanno prodotto prove e definito contesti. «Impressiona il numero degli episodi incendiari, di danneggiamento e in generale intimidatori compiuti sul territorio emiliano oggetto di indagine (Reggio Emilia, Parma, Modena e Piacenza) - viene riportato nella sentenza - nel nell’arco temporale compreso tra il gennaio 2010 e l’ottobre 2012: ben 124 tutti caratterizzati dalla omertà delle vittime che o non hanno denunciato i fatti, o hanno negato di avere subito o pressioni o richieste estorsive». Non si tratta di episodi oggetto del processo «tuttavia, l’intervallo temporale e l’ubicazione geografica coincidenti con l’ambito di operatività della cosca, fanno ben intendere quale fosse l’ambiente in cui operava il sodalizio caratterizzato da un diffuso clima di omertà». La vicenda più emblematica è quella dell’incendio doloso di dimensioni imponenti alla ditta di trasporti a Reggiolo, «nel quale sono andati distrutti ben 9 camion» dell’azienda di Domenico Bonifazio «che sconvolse la piccola realtà di Reggiolo nella notte del 6 novembre del 2012. Un rogo senza precedenti per il territorio emiliano» scrivono i giudici. Vicenda di cui non si è trattato compiutamente nel corso della sentenza, «ma il tema è ben noto ed è stato affrontato all’udienza del 7 luglio 2016, nel corso della quale era già palesemente emersa la reticenza delle vittime del rogo e, in particolare, di Domenico Bonifazio. La vicenda è stata poi disvelata dal collaboratore di giustizia Salvatore Muto». L’incendio fu commissionato da Francesco Lamanna (ed eseguito da Giorgio Gobbi) che aveva saputo da Gaetano Blasco che Bonifazio, per recuperare un ingente credito da Badalamenti, si era rivolto non a Lamanna, al quale era legato da vincoli parentali, ma a Sarcone. Uno sgarro pagato a caro prezzo. —



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