«Istituzioni troppo sensibili a lusinghe di mafiosi puliti»
Focus dei giudici reggiani sugli intrecci degli imputati con le forze dell’ordine «E politica vista come strumento di salvezza dall’offensiva della Prefettura»
«Fondamentali, in questo storico passaggio le figure di imprenditori mafiosi “puliti” in grado di creare ricchezza illecita, finanziare l’azione della cosca e di reimpiegarne le ricchezze, nonché soggetti capaci, per il loro carisma e per la loro affidabilità, di avvicinare nuovi imprenditori e di creare nuovi rapporti economici e relazioni anche con le istituzioni e con esponenti del settore creditizio e finanziario, in grado di agevolare l’azione del sodalizio e renderlo ancora più presentabile agli occhi della collettività». Chi si è piegato all’egemonia imposta con il sangue dal boss Nicolino Grande Aracri entrando a far parte del clan, è diventato presto ricco. Lo dicono i sequestri plurimilionari seguiti all’inchiesta Aemilia. E lo dicono anche i giudici con le motivazioni della sentenza di primo grado del dibattimento celebrato a Reggio e terminato nell’ottobre dello scorso anno con 1.200 anni di carcere inflitti a 118 imputati. Un gruppo criminale aiutato da un gran numero di prestanome, professionisti e soprattutto dal mondo di mezzo che ne ha agevolato il «forte successo dell’azione e delle accumulazioni di ricchezza illecita ottenuta».
Un sodalizio all’interno del quale hanno preso quota quei «mafiosi puliti», come li chiamano i giudici, condannati poi a processo. Tra i nomi più rilevanti vengono citati nella sentenza quelli ormai noti di Giuseppe Giglio (pentitosi durante il processo), i fratelli Palmo e Pino Vertinelli (imprenditori di Montecchio), Giuseppe Iaquinta (altro costruttore tra i più affermati nell’enclave calabrese a Reggio), e Pasquale Brescia, altro cutrese che spiccava per ricchezza e rapporti. Soprattutto quelli con le istituzioni reggiane. Questi «hanno rappresentato insieme a soggetti quali Alfonso Paolini e Muto Antonio classe ’55 figure strategiche per l’affermazione della consorteria nel ceto imprenditoriale reggiano ed emiliano e, financo, nelle istituzioni, a partire dalle forze dell’ordine - troppo spesso dimostratesi sensibili alle lusinghe di facili regalie e di un potere tanto effimero quanto potenzialmente distruttivo per la solidità e la credibilità delle istituzioni - fino a giungere ad una parte della politica, vista come il possibile strumento di salvezza dall’offensiva condotta dalla solida e determinata azione della Prefettura e della parte sana delle istituzioni». Un intreccio che ha pervaso la società testimoniato in maniera evidente da una delle foto agli atti del processo che immortala un brindisi avvenuto qualche tempo prima di Aemilia e scattata per ricordo in questura. Ad alzare i calici sono i condannati per associazione mafiosa Giuseppe Iaquinta, Pasquale Brescia, Alfonso Paolini insieme all’ex poliziotto Domenico Mesiano, già condannato in abbreviato. Un segno del «sempre più pervasivo livello di penetrazione dell’associazione mafiosa nella realtà reggiana». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
