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«Consumo di suolo e cattivi odori Così il biogas danneggia l’agricoltura»

«Consumo di suolo e cattivi odori Così il biogas danneggia l’agricoltura»

Lettera aperta al professor Grosso firmata dagli organizzatori della trattorata contro l’impianto di Gavassa 

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la lettera

Pubblichiamo di seguito una lettera indirizzata al professore Mario Grosso, del Politecnico di Milano, che in relazione all’impianto biogas di Gavassa ha definito «senza fondamento» le critiche al progetto rivolte dal comitato Ambiente. I firmatari della lettera si definiscono «i rappresentanti, tanti giovani, di diverse aziende Agricole che hanno aderito alla “trattorata”: Filippini Alessandro, Morlini Francesco, Landi Giulio, Landi Francesco, Ruozzi Daniele, Zamboni Alessandro Alberto, Morlini Lorenzo, Gulielmi Daniel, Brunelli Marco, Filippini Giardo, Crotti Paolo, Tosi Marco, Pezzi Roberto, Bonacini Adriano, Magnanini Werter, Fantuzzi Mauro, Corradini Pietro, Rubagotti Giovanni, Menozzi Simone, Bonini Cristian, Pezzi Vanni, Bonacini Giorgio, Anceschi Amedea, Bolognesi Guido, Pedrotti Daniele, Bertozzi Domenico, Menozzi Mauro, Bolognesi Luigi, Gallingani Rossano, Fanticini Lorenzo.

Prendiamo atto con perplessità dell’intervista del professore esperto, fino a un certo punto, del Politecnico di Milano, Mario Grosso, che ci pare più di matrice politica che tecnica, nonostante sia lui ad accusare di intenti politici i Comitati di Reggio, forse nel tentativo di squalificarne le istanze. Sul piano tecnico dice una serie di inesattezze che meritano una replica.

LA PREMESSA

Si prende atto in premessa che Grosso nella sua vista “tecnica” verticale dimostra di non aver colto l’oggetto del contendere, che è molto più amplio rispetto al tema della tecnologia aerobica o anaerobica e ha a che fare con la tutela di un territorio agricolo per la prospettiva di un’attività condotta, in particolare, da giovani agricoltori. Sul punto ci verrà replicato che nonostante i terreni interessati abbiano sembianze agricole, in realtà hanno destinazione industriale in quanto inclusi nell’area produttiva ecologicamente attrezzata, pianificata dal Comune. Oltre dieci anni fa il dibattito posto dai Comitati veniva squalificato dall’amministrazione dicendo che la pianificazione avrebbe da lì a poco trasformato tutta quell’area in industriale e che questa trasformazione era necessaria per lo sviluppo industriale di Reggio. Ora tanti anni sono passati senza che le reali esigenze produttive abbiano coinvolto quelle aree che conservano ancora la funzione agricola.

Mentre ai tempi, come in effetti è stato, lo scontro poteva essere rappresentato come una posizione ideologica ed egoistica dei cittadini contro la capacità e responsabilità dell’amministrazione di pianificare le esigenze del futuro, oggi il tempo ci restituisce un dato incontestabile: quella pianificazione è stata completamente disattesa e fortunatamente i terreni svolgono ancora una funzione agricola, tant’è che per procedere con l’eventuale impianto ci sarà bisogno di una variante urbanistica che aumenti la superfici di completamento, senza che ve ne sia un reale bisogno.

L’EVOLUZIONE

Nel frattempo l’evoluzione scientifica e sociale del dibattito sulla sostenibilità ha chiarito al mondo la necessità della riduzione del consumo di suolo come fattore produttivo strategico. La terra è un bene limitato da preservare a tutela di tutti e non solo degli agricoltori che vi lavorano. Quindi nessun impianto deve essere fatto? Certamente non prima di aver di aver condiviso tutto ciò che sta a monte dell’impiantistica. Questa rappresentazione oltranzista pare essere necessaria all’amministrazione per squalificare i Comitati del no, ma le nostre istanze sono di natura diversa. Per esempio se parliamo di economia circolare il raggio d’azione di un impianto di trattamento del rifiuto organico non può essere un territorio esteso da Piacenza a Reggio.

Al contrario, per le economie di scala di Iren, prescindendo le logiche dell’economia circolare, sicuramente un unico grande impianto a Reggio per le tre Province è più vantaggioso. Ma per chi è vantaggioso? La risposta non si potrebbe collocare nell’ambito del bene comune. Ultimo, ma non ultimo, anche il fatto che esiste già una struttura di proprietà della stessa Iren a Mancasale già infrastrutturato con viabilità, depuratore e stazione di compostaggio aerobico, con possibilità di acquisire terreni limitrofi nel caso il problema fosse posto strumentalmente sul tema di un impianto grande che richiede più terreno di quello attualmente in proprietà di Iren.

Le scelte

Perché allora Gavassa? Forse perché fare un investimento da zero consente di investire somme maggiori? Se Iren fosse un imprenditore che paga di tasca propria farebbe di tutto per realizzare l’impianto di trattamento investendo il meno possibile, ma essendo una società che ha in concessione un servizio pubblico locale, i cui costi vengono autorizzati da Atersir e poi spalmati in bolletta, lo spendere molto di più non solo non è un problema, ma potrebbe per alcuni apparire un’opportunità....

LE CONTESTAZIONI

Chiarito il contesto, torniamo ora ai punti "tecnici" sostenuti da Grosso. Il professor Grosso dice che l’impianto aerobico economicamente non conviene, mentre è molto più redditizio quello anaerobico. Non c’è dubbio su questo, ma c’è anche una ragione molto chiara: l’impianto aerobico non gode di incentivi, produce modesti utili, ma si sostiene da sé, al contrario l’impianto anaerobico (Biogas/Biometano) produce molti utili solo perché lautamente incentivato dallo Stato a spese dei cittadini perché il suo bilancio economico in assenza di incentivi sarebbe totalmente fallimentare.

ODORI

Il professore sottolinea che aerobico significa odori e anaerobico significa assenza di odori e per far questo cita l’esperienza dell’impianto aerobico di Albairate di Milano, dove lui avrebbe operato proprio per la problematica degli odori. Bene, niente di più squalificante. Prima di tutto odori e non odori afferiscono sia alla qualità tecnica del progetto, sia alla capacità di gestione degli impianti. Entrambe le tecnologie possono essere prive di odori, ma entrambe possono essere (e spesso lo sono proprio per gestione) causa di odori in grado di mettere in ginocchio un’intera comunità confinante con l'impianto. Si potrebbero portare esempi di impianti aerobici (per esempio in Portogallo) dove attorno è stato creato un luogo di incontro della città, con ristorante pregiato annesso, senza che gli ospiti possano sentire una sola traccia di odori. Al contrario si potrebbero portare esempi di impianti anaerobici che hanno rappresentato la dannazione per la comunità locale.

L’esempio lombardo

A tal proposito perché scomodare impianti qualsiasi? Prendiamo a riferimento proprio l’impianto di Albairate (MI) citato dal professore. La prima smentita è che l’impianto di Albairate è un impianto anaerobico da rifiuti, della stessa tipologia che il professore suggerisce per Gavassa. Ebbene, questo impianto è stato e forse lo è ancora, una dannazione per la comunità locale proprio per problemi di odori. Basta andare in internet per trovare protocolli di misurazione degli odori adottati dall’amministrazione a spese del soggetto gestore proprio per misurare gli odori a seguito delle proteste della comunità locale. Questo fatto noto certifica che l’equazione anaerobico con assenza di odori è un falso. Poi è bene tener presente che gli odori non si scatenano quando il rifiuto umido è dentro al digestore isolato dall’esterno in assenza di ossigeno, ma nel processo precedente tramite la movimentazione dei mezzi e le vasche di ricezione (diranno che sono depressurizzate pertanto l’odore non esce, così come ciascuno di noi ha raccontato ai propri figli che da grandi si sarebbe andati sulla luna a piedi) e la parte successiva, in cui si opera con una vera e propria stazione di compostaggio aerobica in cui il digestato viene mischiato a materiale chiamato strutturante (ramaglie, potature, ecc...) per diventare compost come ammendante per i suoli agricoli. Pratica che nel bacino del Parmigiano Reggiano susciterebbe non pochi problemi.

LE CONCLUSIONI

È per tutte queste ragioni che non si tratta di smentire o confermare i comitati sul piano tecnico, ma sarebbe utile, una volta per tutte, che la politica fosse all’altezza del suo compito avendo capacità di ascolto, non per sostenere le posizioni di parte (magari dell’azienda…) ma per trovare una sintesi per il bene comune e non certo in difesa del nostro orticello, su una strada completamente nuova, all’altezza di una consapevolezza mondiale della sostenibilità ambientale e del necessario futuro che deve essere garantito al settore agricolo. —

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