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cronaca

Così lo Stato è finito sul bagnasciuga (cioè a zero metri sopra livello del mare)

Storie (diverse) di politici in spiaggia: le giornate del ministropapà Salvini a Milano Marittima fra conferenze stampa e invettive abbassano le istituzioni. Tracollo. Uno dei campioni del muscolarismo balneare fu Mussolini che nel ’43 pronosticò di fermare il nemico sulla linea di costa...


04 agosto 2019 stefano scansani


Non si sa. Tutte le cose insieme: il relax, la salsedine, lo iodio, la moto d’acqua della polizia e il Papeete devono aver detto a Salvini che giovedì era il momento giusto per sbaragliare l’estate che – storicamente – per i politici e le democrazie occidentali, è invece la stagione della pacatezza e dei governi balneari.

Lui ha eruttato: “Ma vi par normale che una zingara a Milano dica ‘A Salvini andrebbe tirata una pallottola in testa’? Stai buona, zingaraccia, stai buona, che tra poco arriva la ruspa”.

A rendere così affabile il capolega potrebbero essere state due ricorrenze morali. Una nuovissima e una vecchia, perché lui ci tiene alle consuetudini. Venerdì, grazie all’impegno del governo gialloverde, l’ora settimanale di educazione civica è diventata realtà, e dunque i nostri figli si applicheranno sulla Costituzione, l’Europa, la convivenza civile delle quali il capolega è un campione. E sempre venerdì ricorreva il 75° anniversario dell’eccidio di quattromila rom ad Auschwitz, data convenzionale per ricordare il Porrajoms, cioè il genocidio di mezzo milione di zingari. Da ciò la serena puntualità della minaccia alla “zingaraccia”.

Meglio che al Viminale, là a Milano Marittima, in ogni tono ed espressione di Salvini c’è la minima consapevolezza dell’incombenza della storia, historia magistra vitae. Così che lui abbassandosi a far rissa con una nomade baggiana, abbassa l’istituzione, lo Stato. Tracollo.

Nella discoteca on the beach vi è il ministro dell’Interno nella miglior forma. E trova lì l’irresistibile occasione per convocare una conferenza stampa durante la quale ha richiamato all’ordine il collega di Repubblica che aveva videodocumentato il quadretto filial-paterno-poliziesco della moto d’acqua. Con tutte le pedoallusioni che sappiamo: “Vada a riprendere i bambini in spiaggia, visto che le piace tanto”.

È un guaio, dico per l’Italia. Questo vicepremier che è anche ministro e leader di un partito che immagina al momento giusto di esondare al 40 per cento, induce a riflettere sul bagnasciuga. Non sulla battigia in quanto tale, ma proprio sulla parola bagnasciuga. Che, tipica del gergo della marineria, è diventata eccezionalmente fascista il 24 giugno 1943 quando Benito Mussolini volle convincere l’Italia in guerra che l’imminente sbarco alleato in Sicilia sarebbe stato rigettato: “Bisogna che, non appena il nemico tenterà di sbarcare, sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del bagnasciuga”. La sentite? C’è una sottile consonanza retorica con i porti aperti e i porti chiusi, a casa loro, prima gli italiani, “mi sono rotto le palle, non sbarcheranno mai”.

La consonanza diventa grave quando si capisce, al volo, che questo linguaggio arcaico di poche parole e molti rumori, piace, eccita, era ora che ci fosse, forza, spacca il sistema… Ed è pure pianificata se si pensa (provate a pensare) che questa elevazione del livello della virulenza avviene in the Summertime, in piena estate. Non per nulla nel tempo di maggiore svacco e infradito, movida e ciancia, in un locale di tendenza, lontano dalla selva romana, in un posto dove il Capitano è davvero così, uguale a noi: nuota, gioca a palla, mangia, beve, si mostra, si selfizza e fa il ministropapà (a Milano Marittima come a Bibbiano, è un atteggiamento che nel passato si chiamava paternalismo di Stato).

Intendiamoci, pro domo sua. Che vuol dire appunto per casa sua, per la propria propaganda. Uno dei campioni di questa forma di muscolarismo estivo fu, ancora, Benito Mussolini il quale, oltre a muoversi nel suo ambito indigeno, la Romagna, si esibiva in prove natatorie, balli da condottiero, regate sul moscone al servizio della demagogia. Le uniche opportunità che allora mancavano davvero erano le conferenze stampa, semplicemente perché non si sapeva che cosa fossero, ai giornali erano imposti testi e fotografie già rifiniti (le veline), com’erano finiti i giornali e finiti i giornalisti liberi.

Velina del 21 ottobre 1933: “Il Corriere della Sera e il Mattino hanno pubblicato due disegni riproducenti il Duce. Uno è piaciuto, l’altro no; vale quindi, anche per i disegni, la norma vigente per le fotografie e cioè che debbono essere precedentemente presentate all’Ufficio stampa del Capo del Governo per avere l’autorizzazione alla pubblicazione”. Soltanto immaginate se allora ci fossero stati dei videomaker, liberi in spiaggia, a seguire il Dux.

Non è una novità che i personaggi di rilievo vengano immortalati in vacanza. Perché la villeggiatura è il tempo dell’informalità, dei politici “visti da vicino”, inediti e anche vulnerabili. Ma gli altri erano diversi. Immersi nel bagno Bettino Craxi e Silvio Berlusconi parlottavano, ma insieme non facevano speech con la stampa. Le foto in bianco e nero che ritraggono Enrico Berlinguer sullo sdraio in Sardegna ci raccontano di ordinari e pudichi passaggi tra gli ombrelloni. Il lungo, largo, scuro, rigato, spugnato accappatoio di Aldo Moro con la moglie Eleonora è la rappresentazione della sobrietà che trapassava dalla vita pubblica a quella privata. Cosicché queste immagini che ieri dicevano poco, oggi sono rilevanti. Come le calze montanare di Alcide De Gasperi in compagnia di un nipote, su un dondolo. Non è soltanto storia del costume, ma anche un percorso della mentalità. Decotta. Alla fine di questo ragionamento è necessaria una precisazione: Mussolini sbagliò nell’adottare la parola bagnasciuga come alternativa a battigia o battima, cioè la riva, dove l’onda va e viene. Perché il bagnasciuga è quella zona dello scafo delle imbarcazioni dove corre la linea d’immersione massima e minima. Noi, ora, siamo in sommersione. —

s.scansani@gazzettadireggio.it


 

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