Gazzetta di Reggio

Reggio

«Casalesi e ’ndranghetisti alleati a Reggio»

Tiziano Soresina

Il dopo-Aemilia analizzato dalla Dia nell’ultima relazione presentata in Parlamento. Si sospetta il “dialogo” fra i due clan

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Indagini, processi e sentenze ormai passate in giudicato “dicono” che per un lungo periodo di tempo il Reggiano è stato incapsulato da una ragnatela criminale di stampo ’ndranghetistico, con la cosca emiliana resasi sempre più autonoma dalla casa madre di Cutro (Crotone) marchiata Grande Aracri.

Il terremoto investigativo antimafia legato alla maxi operazione Aemilia – in oltre duecento sono finiti nei guai – ha però nel gennaio 2015 aggredito considerevolmente questa “dittatura” affaristico-criminale nella nostra provincia, per di più considerata dagli inquirenti l’epicentro di un’azione mafiosa ben più ramificata nel Nord Italia. Arresti a raffica che hanno rotto visibilmente gli equilibri a livello di criminalità organizzata sul territorio. Da allora sono trascorsi quasi cinque anni e il dopo-Aemilia reggiano come si sta delineando, visto che la “malapianta” è molto difficile da estirpare? Qualche risposta arriva dalla relazione sul secondo semestre del 2018 che la Direzione investigativa antimafia (Dia) ha di recente consegnato al Parlamento. Perché fra i movimenti monitorati dagli investigatori si fa largo «una sempre più ricorrente propensione dei clan (soprattutto calabresi e campani) a trovare – si legge nella relazione della Dia – un punto di incontro nelle iniziative di riciclaggio e reimpiego dei capitali illeciti in nuove e diversificate attività imprenditoriali». Un “dialogo” che potrebbe – quindi – essersi aperto a Reggio Emilia fra la cosca di ’ndrangheta decimato da Aemilia e il clan dei Casalesi presente da tempo in regione e in via di irrobustimento in terra reggiana. Quest’ultimo specifico gruppo camorristico «nel corso degli anni, ha realizzato in Emilia Romagna varie articolazioni operative finalizzate ad agevolare le infiltrazioni finanziarie nel mercato immobiliare e nelle gestioni d’impresa, rivelandosi – rimarca la Dia – una minaccia per il comparto degli appalti pubblici emiliano». Mani campane sul tessuto socio-economico che collimano con il riconosciuto modus operandi della ’ndrangheta emiliana che « ha adottato negli ultimi anni un approccio marcatamente imprenditoriale – viene spiegato nella relazione semestrale – prediligendo, tra le proprie direttrici operative, l’infiltrazione del tessuto economico-produttivo e, in taluni casi, del mondo politico-amministrativo, lasciando così spazio ad un’aggressione del territorio non militare, ma orientata alla corruttela e alla ricerca della connivenza. Tale modello operativo si è agevolmente prestato a consolidare un “sistema integrato” di imprese, appalti ed affari, che ha costituito l’humus sul quale avviare le attività di riciclaggio e di reinvestimento delle risorse illecitamente acquisite». Gli accertamenti della Dia includono nella nostra provincia anche gruppi legati ai Dragone di Cutro, cioè al clan risultato perdente nella guerra ’ndranghetista con i Grande Aracri. E viene evidenziato come in regione – dopo Parma – vi sia Reggio Emilia come numero di beni sottratti alle mafie: alberghi, ristoranti, attività immobiliari, commercio all’ingrosso, attività manifatturiere ed edili, terreni agricoli, appartamenti, ville, fabbricati industriali, negozi. Patrimoni immnsi, da noi le mafie banchettano. —





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