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Da "alzare il culo" a cul-de-sac

Stefano Scansani
Da "alzare il culo" a cul-de-sac

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani. Quello di Salvini è il travisamento del sistema democratico parlamentare esibito al popolo, che fa il paio con la sua affermazione totalitaria (per eccesso di numero): “Mi sento padre di 60 milioni di italiani”.

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Sì, i francesi. Gli insopportabili macronisti francesi sono gli inventori della metafora cul-de-sac, che nell’italiano corrente corrisponde a vicolo cieco, a strada senza uscita. Ma loro, questa allegoria, l’hanno colorita di più e meglio, appunto con l’immagine del fondo chiuso (e anche oscuro) di un contenitore floscio fatto di tessuto o carta, dal quale è difficilissimo uscire.

Ecco, lì dentro è finito Matteo Salvini, in due e due quattro. Proprio lui che neanche dieci giorni fa aveva ordinato ai sui parlamentari di lasciare le villeggiature e gli svaghi per scendere a Roma, perché il momento era grave, è grave: “Tutti i parlamentari della Lega saranno a Roma da lunedì. Ci sono martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato e domenica. Non esiste che non si possa far lavorare i parlamentari a Ferragosto: alzano il culo e lavorano anche a Ferragosto”.

“Alzare il culo” è una espressione idiomatica volgare, un ordine da capoccia da stalla, caserma o cantiere, sdoganato in questi ultimi giorni anche dai media più casti. Mentre cul-de-sac, così francese, è pronunciabilissimo e ben presente nel dizionario italiano dal 1905. Entrò come termine urbanistico-stradale e appartiene al linguaggio alto, elitario. La prima metafora fa ora irruzione nella dialettica politica come un vessillo di genuinità (parla come mangi), quando invece la seconda per i leghisti è un tabù. Perché descrive con precisione figurativa dove è andato a infilarsi il Capo. E tutti lo sanno.

Al di là delle imprevedibili soluzioni della crisi aperta da Salvini e ricaduta su Salvini, è interessante considerare la puntuale contraddizione in cui inesorabilmente scivola il suddetto. Non sto a proporre l’elenco retromarcista del vicepremier nel suo anno e mezzo governativo. Bastano due fraseggi a confronto. Il primo è dell’8 agosto 2019: “Inutile andare avanti, si restituisca la parola agli elettori”. Il secondo è di sette giorni dopo: “Non ho mai detto di voler staccare la spina al governo”.

Al di là dei tatticismi o della spudoratezza, che cosa fa decollare Salvini come un missile e poi ammarare (gli sbarchi stavolta non c’entrano) senza che lui faccia una piega d’imbarazzo? A che cosa Salvini è così sensibile tanto da fargli perdere la Trebisonda, cioè l’orientamento? Fra i commentatori del web qualcuno ha scritto che il leader leghista invece di circondarsi di consiglieri fascisti dovrebbe ricorrere a consiglieri democristiani, cioè non avventati ribaltatori, bensì strateghi specializzati.

Il 13 agosto a Roma, in Senato, Salvini deve essersi reso conto - ma mai lo dirà - che un conto è la Spiaggia (piazza) e un altro è il Palazzo (istituzione). Il salto dal Papeete a Palazzo Madama è stato troppo rapido e fatale perché non gli ha permesso di fare quello che dovrebbe fare: il politico, il governante, cioè colui che coglie dalla piazza e porta nell’istituzione nella piena conoscenza del dettato costituzionale, delle leggi e delle procedure. Queste non sono vecchie tagliole, forche o armi proibite in mano alle opposizioni, ma è il sistema democratico.

C’era infatti qualcosa di estremamente spiaggiaiolo e vanesio nel percorso dettato a Pescara da Salvini: sfiducia a Conte, crisi di governo, andata alle urne subito, Lega maggioritaria, lui primo ministro con i pieni poteri, cinque anni di governo forte. Ma nessuna di queste tappe dipenderebbe da lui, e il circuito che s’è messo in testa è sostanzialmente anticostituzionale. Già quel “pieni poteri” e quel “governo forte” non possono sussistere: sono strafalcioni propagandistici. Demagogia che, senza soluzione di continuità, Salvini trasborda dalla Spiaggia al Palazzo, perdendo anche solenni opportunità.

Mi spiego. Il suo atteso discorso al Senato del 13 agosto doveva essere quello di un aspirante statista, pronto e capace di travolgere i grillini svigoriti e i Pd disgregati cronici. E invece ha ridotto la sua allocuzione a un battutario sulle abbronzature dei colleghi senatori, al vinavil che assicura alle poltrone, alla parola al popolo: “Il bello è che saremmo noi gli antidemocratici e fascisti, e sono loro che non vogliono andare a votare, non vogliono far parlar la gente. Mettetevi d’accordo con voi stessi. Non ho mai conosciuto un fascista che vuole andare alle elezioni o ridare la parola al popolo: mettetevi d’accordo con voi stessi, eh!”.

Il difetto sta nel fatto che le Camere non vengono sciolte perché lo vuole il popolo, come un presidente del Consiglio viene eletto o mandato a casa non perché lo vuole il popolo. Quello di Salvini è il travisamento del sistema democratico parlamentare esibito al popolo, che fa il paio con la sua affermazione totalitaria (per eccesso di numero): “Mi sento padre di 60 milioni di italiani”.

Questa propensione all’abbaglio e all’essere abbagliati non è del solo Salvini. Ha una storia relativamente lunga anche se recente. Riguarda tutti i vertici dei Cinque Stelle che dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e fulminare tutte ma proprio tutte le antiche abitudini dell’intrigo di Palazzo e della poltrona, hanno proclamato l’abolizione della povertà, fino alla profezia di Conte “Sarà un anno bellissimo”.

Riguarda Renzi, l’altro Matteo, nella cui ultima esperienza di onnipotenza si forgiò il senso del leader e non la costruzione del partito, ne uscì il pigliatutto della politica e l’abbaglio del 40 per cento. Amen. E non per nulla Salvini cerca lo scontro diretto con Renzi e viceversa, non tanto per una elementare resa dei conti, ma per una personalizzazione della lotta per il potere. E l’Italia intontita a guardare. Double cul-de-sac.

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