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TENSIONE dietro le sbarre 

Tentano di impiccarsi Salvati in extremis due detenuti alla Pulce

Tentano di impiccarsi Salvati in extremis due detenuti alla Pulce

Scentato il gesto estremo di tunisini già condannati  Malorni (Sappe): «Eventi in aumento, servono 50 agenti» 

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REGGIO EMILIA. Due detenuti di origine tunisina hanno tentato di impiccarsi dentro le celle del carcere della Pulce di Reggio Emilia. È il caso più eclatante tra i tanti episodi violenti registrati in queste settimane nel penitenziario reggiano. I due detenuti sono stati soccorsi dagli agenti della penitenziaria e dai medici, salvandoli dopo il gesto estremo. Ma resta il bilancio di queste settimane d’estate. Pochi giorni prima del doppio tentato suicidio, un altro detenuto ha preso a calci una guardia, un altro ne ha presa una seconda per il collo - vittime finite in ospedale con prognosi finale - senza scordare incendi nelle celle e interventi resi difficoltosi visto il grado di violenza di alcuni detenuti.

Ecco perché il Sappe di Reggio Emilia, il sindacato delle guardie carcerarie, lancia un nuovo appello per poter avere i 50 rinforzi previsti ma rimasti sulla carta. «Gli eventi critici a Reggio Emilia continuano ad aumentare» denuncia infatti Michele Malorni, del Sappe: «Nei giorni scorsi due aggressioni ai danni del ridotto personale di polizia penitenziaria del reparto di Reggio e nella giornata di Ferragosto, due tentativi d’impiccagione posti in essere da due detenuti di giovane età di origini tunisine, ristretti per reati misti tra cui rapine e droga con pene detentive elevate. Soggetti che dovrebbero essere ristretti nelle sezioni di reclusione, ma proprio per la particolare tipologia di detenuti e a causa di loro comportamenti irrispettosi delle regole interne alla struttura, attualmente sono ristretti nella sezione a regime chiuso per una vigilanza ed osservazione più acuta».

Il problema, nel caso dei tentati suicidi, è la presenza di detenuti che hanno davanti a loro decenni di carcere che dovranno scontare in Italia, e che reiterano i reati anche in carcere. Una recidiva che aggrava ulteriormente la loro posizione detentiva creando tensioni.

«Questi soggetti andrebbero rimpatriati ma, se non si riesce, devono andare in strutture penitenziarie per la reclusione a regime chiuso, con l’obbligo di lavoro, quale elemento essenziale del trattamento penitenziario che non consente l’ozio e contribuisce a risparmiare in termini di farmaci».

Il problema principale per il sindacato resta l’incolumità del personale che lavora in carcere, dalla polizia penitenziaria, a medici e paramedici. «Bisogna integrare il reparto con le oltre 50 unità di polizia penitenziaria nei diversi ruoli». —

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