«Gimondi, uomo duro ma al tempo stesso gentile e corretto serio e disponibile»
Commozione a Reggio per la morte della leggenda del ciclismo Il ricordo di ex compagni di squadra e di Nazionale
IL RICORDO
L’improvvisa scomparsa di Felice Gimondi, leggenda del ciclismo degli anni Sessanta e Settanta, ha destato tanta commozione anche a Reggio Emilia.
Pietro Partesotti e Lauro Grazioli furono suoi compagni di squadra e di nazionale e lo scandianese Paolo Tedeschi è da sempre il presidente dell’Associazione italiana ex Corridori Ciclisti.
Partesotti ha assistito in prima persona alla nascita del fenomeno Gimondi nel 1965 e, molto emozionato, ha così descritto come lo ha conosciuto: «Siamo passati professionisti nel 1965 nella Salvarani, come gregari di Vittorio Adorni, e sin dal Giro d’Italia si capiva che Gimondi poteva non solo essere una promessa, in quanto salì sul terzo gradino del podio. Nella vita, comunque, ci vuole anche una buona dose di fortuna e questa per Gimondi arrivò subito dopo, quando entrambi non dovevamo partecipare al Tour, ma il forfait di due atleti elvetici ci permise di gareggiare».
«Dovevamo essere gregari di Adorni – ricorda Partesotti – che però fu costretto al ritiro a causa di un’intossicazione alimentare e allora il giovane Gimondi si trovò a sorpresa in maglia gialla, che riuscì a difendere sino a Parigi».
L’ultima volta che ha visto Felice è stato a Parma in occasione della festa del 50esimo anniversario della vittoria di Vittorio Adorni al Mondiale di Imola, ma tante volte si sentivano per telefono: «Nonostante l’età era ancora legato al mondo del ciclismo, non aveva mai staccato la spina e con la testa era rimasto un corridore come nel 1965; con lui c'è sempre stato un ottimo rapporto, anche se era un uomo chiuso e duro».
Anche lo scandianese Lauro Grazioli è stato compagno di nazionale e allo stesso tempo avversario del campione bergamasco: «Conobbi Felice da dilettante e mi ricordo quando riuscii a batterlo allo sprint nel Trofeo De Gasperi a Trento, dopo che ero riuscito a recuperargli due minuti . Con lui sono stato in Azzurro al Tour de l’Avenir nel 1964 e in altre grandi gare a tappe, prima di passare entrambi professionisti, lui con la Salvarani e io con la Salamini».
«Uno dei più bei ricordi è quello del Lombardia, vinto dopo una battaglia vera e propria da Gimondi davanti a Merckx con in gara il mitico Anquetil, il mio idolo da ragazzo e da dilettante – aggiunge Grazioli – Ci vedevamo quattro-cinque volte all’anno in occasione di raduni di ex ciclisti, l’ultima è stata in occasione del 60esimo anniversario della vittoria iridata di Ercole Baldini a Reims».
Paolo Tedeschi ricorda così Gimondi: «L’ho conosciuto a Boschi di Puianello in occasione del Premio L’Impresa organizzato da Ciclismo Illustrato e da Bruno Sueri unitamente all’Associazione ex Corridori Ciclisti. È stato uno dei campioni dell’epoca moderna, capace di vincere oltre ai grandi giri anche classiche monumento come la Parigi-Roubaix. Uomo duro, come la stirpe bergamasca, ma allo stesso tempo gentile, corretto, disponibile e serio». —
Aldo Spadoni
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