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«Hicham ha fatto una cosa bruttissima vorremmo chiedere perdono ai familiari»

Tiziano Soresina
«Hicham ha fatto una cosa bruttissima vorremmo chiedere perdono ai familiari»

Parla il parente dell’assassino: «Invaghito da tempo della barista si ingelosiva, ma era malato e lo seguiva uno psichiatra»

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Come il giorno precedente, accetta di parlare con la Gazzetta il familiare che più da vicino sta seguendo l’orrenda storia di sangue in cui si è ficcato il parente, cioè il marocchino 34enne Hicham Boukssid.

Il volto coperto dal velo per evitare fotografie e l’insistita richiesta d’anonimato sono precauzioni che rimangono intatte anche nel giorno della resa del parente assassino. Il perché è presto detto: il timore di reazioni scomposte da parte dei familiari della vittima.

Eravate convinti in famiglia che Hicham l’avesse fatta finita, invece si è costituito dopo dieci giorni di latitanza.

«Ha certamente fatto una buona cosa, ma doveva consegnarsi alla giustizia fin dal primo giorno. Lui ha sbagliato ed è giusto che paghi».

Cosa si sente di dire ai familiari della barista cinese uccisa?

«Ci dispiace tanto per la cosa bruttissima commessa da Hicham. Come famiglia vorremmo andare da loro per chiedere perdono, ma abbiamo paura, non sappiamo come possano accoglierci. Abbiamo accantonato anche l’idea di partecipare ai funerali. Meglio attendere».

Gli inquirenti ritengono passionale il movente del delitto, un amore però provato solo dall’uomo...

«Sì era innamorato, ma questo sentimento era solo nella sua testa. Era diventato pure geloso, bastava che notasse la barista solo ridere con gli altri clienti. Poi avevo visto un video nel suo telefonino in cui lui, davanti al bar Moulin Rouge chiuso, piangeva ed esprimeva i suoi patemi d’amore per la ragazza, la invocava».

Lei conosceva la giovane barista cinese?

«No, ma mi recavo in quel bar a prendere un caffè prima di andare al lavoro. Avevo conosciuto la mamma. Era avvenuto però prima che Hicham arrivasse in Italia, poi successivamente con lui in una sola occasione ho rimesso piede nel bar».

Sempre gli investigatori credono poco ai problemi psichiatrici dell’omicida...

«Invece per quelli è finito più volte al pronto soccorso, vi sono i certificati medici. E so che era seguito da uno psichiatra, andava ai poliambulatori dell’Ausl di via Monte San Michele. Gli erano stati prescritti degli psicofarmaci. Faceva sempre più spesso cose strane, ho cercato più volte di parlargli, ma senza risultato. Negli ultimi 3-4 mesi non lavorava più, cercavo di spingerlo in tal senso, ma niente: il suo cervello non funzionava».

In Marocco c’è il resto della famiglia. Sanno già degli ultimi avvenimenti?

«Certo, ho avvertito io la mamma e la sorella che vivono là. Alle sei di mattina mi hanno informato i carabinieri che Hicham si era costituito. Ho portato in caserma dei vestiti affinché si cambiasse, ma non ho potuto incontrarlo. Nei dieci giorni della latitanza non si è mai cambiato, ma la stessa cosa l’aveva fatta nei precedenti quindici giorni, un’altra delle sue stranezze. Era sempre sporco, puzzava. Ma stiamo parlando di una persona cresciuta male, il padre aveva lasciato la famiglia che lui aveva appena sei anni. Non ha studiato, non sa nemmeno scrivere il suo nome». —





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