«Sono io l’uomo che state cercando»
Dopo 10 giorni di latitanza, l’assassino si costituisce dai carabinieri. Movente passionale: video-shock, 2 minuti di coltellate
La caccia all’assassino è finita. L’omicida della barista cinese 24enne Hui “Stefania” Zhou si è costituito ieri notte all’1.35 nella caserma provinciale dei carabinieri di corso Cairoli, dopo dieci giorni di latitanza.
«Sono Hicham Boukssid, sono quello che state cercando». Queste le scarne parole del nordafricano. Si è presentato scalzo e con gli stessi abiti ormai sudici (pare sporchi anche del sangue della vittima, la conferma arriverà dalla Scientifica), ma «coerente, lineare e lucidissimo» oltre che collaborativo, perché dopo aver bevuto dell’acqua ha indicato ai militari dove era nascosta l’arma del delitto, cioè in un giaciglio fra la fitta vegetazione, sotto un cavalcavia della tangenziale, in via Giglioli Valle, zona periferica a nord-est della città. In quella giungla urbana il marocchino aveva nascosto il coltello professionale da cucina – dalla lama di 19 centimetri – con cui l’8 agosto ha sferrato dieci fendenti alla 24enne, piombando come una furia nel bar Moulin Rouge di via XX Settembre. Dalle telecamere di videosorveglianza del locale è stato estrapolato un video di circa due minuti «di rara ferocia, che fa male» in cui si sentono le urla strazianti della vittima e alcune frasi in italiano pronunciate da Boukssid mentre accoltella la barista. Un video terribile e quelle parole alimenterebbero il movente passionale: l’infatuazione del marocchino per la giovane, un sentimento «probabilmente unilaterale» e quindi non corrisposto che avrebbe innescato il raptus omicida. Un filmato che porta gli investigatori – coordinati dal pm Marco Marano – a concludere che si tratti di un omicidio aggravato da «premeditazione, sevizie e crudelta, futili motivi». Il nordafricano viene definito «pericoloso e non sembra avere patologie psichiche», ma anzi dotato «di capacità non comuni che vanno oltre quelle ipotizzate inizialmente. L’allusione è ai dieci giorni di fuga, nascosto in quell’area boschiva attorno al torrente Crostolo, piena di canali e passaggi nascosti. All’interno di quella zona ha indicato il giaciglio per trovare l’arma dell’omicidio.
«Abbiamo accertato che proprio in quell’area si dedicasse all’attività di spaccio di hascisc – spiega Guglielmo Battisti, dirigente della squadra mobile che ha coordinato le ricerche – come ci ha confermato il telefonino che aveva abbandonato, con due schede intestate a persone fittizie». Ma resta qualche dubbio che si sia mosso come Rambo per dieci giorni, senza aiuti: «Ha resistito dieci giorni nella boscaglia – rimarca il pm Marano – ma stiamo cercando di capire se abbia o meno agito da solo. Quello di cui siamo certi è che si è sentito braccato grazie alle nostre ricerche. Gli abbiamo fatto terra bruciata attorno e non gli è rimasto altro che costituirsi».
Le indagini, a ritmo serrato – anche con cani e droni – sono state massicce e condotte a tempo di record. Da un lato le attività tradizionali degli operatori su strada, dall’altro di acquisizioni di dati sui possibili contatti dell’uomo e della verifica di tutte le segnalazioni di avvistamento giunte da mezza Italia, anche le più fantasiose. Preziosa la collaborazione con le autorità del Marocco, che hanno portato quasi da subito ad escludere l’ipotesi del rientro in patria.
Non ultimo il mandato di cattura europeo spiccato velocemente. Un’enorme pressione, poi la resa. —
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