L’assassino non parla dal gip Oggi andrà in un altro carcere
Il trasferimento necessario per le continue minacce da parte degli altri detenuti La difesa deposita diversi certificati medici: «Emerge una patologia psichica»
REGGIO EMILIA. Non è durato molto – ieri mattina – l’interrogatorio di garanzia con al centro l’omicidio della giovane barista cinese Hui “Giovanna” Zhou: l’uomo accusato dell’assassinio (il marocchino 34enne Hicham Boukssid) si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al gip Giovanni Ghini.
CERTIFICATI MEDICI
Una ventina di minuti comunque serviti al difensore Pina Di Credico – ora non più legale d’ufficio, ma nominata di fiducia dall’indagato – per depositare tutta una serie di documenti (diversi accessi al pronto soccorso del Santa Maria Nuova, l’esito di una visita psichiatrica effettuata in una struttura di volontariato) che a parere dell’avvocato «sono meritevoli di approfondimento perché rivelatrici di uno scompenso mentale».
E il difensore aggiunge che «siamo di fronte alla patologia psichica di una persona che non ricorda nulla, non si capacita di quanto viene accusato, piange in continuazione e vuole suicidarsi».
TENSIONI ALLA PULCE
L’interrogatorio di garanzia si è tenuto in carcere alla Pulce in un clima estremamente ostile nei confronti di Boukssid, perché fin dal suo ingresso nella struttura penitenziaria ha ricevuto minacce dirette (probabilmente al momento dei pasti) dagli altri carcerati. «Il caso, essendo mediatico, ha fatto scalpore anche in cella – spiega sempre l’avvocato Di Credico – e c’è un forte stato d’agitazione degli altri detenuti che non vogliono il mio assistito. Particolari precauzioni sono state adottate quando il mio cliente passa da un reparto all’altro del carcere. Boukssid ha subìto da loro minacce ed è sorvegliato a vista, in isolamento. È in preda ad una profonda frustrazione psico-fisica ».
Una tensione che ha già avviato l’iter (richiesta del carcere all’autorità giudiziaria) per il trasferimento di Boukssid da Reggio Emilia ad un altro penitenziario, il che potrebbe già avvenire nelle prossime ore.
Da parte sua l’arrestato è a dir poco lacunoso sui passaggi-chiave di questa orrenda vicenda. Come riferisce il difensore non ricorda nulla dell’omicidio (ma sul coltello che ha usato per uccidere la barista è stato preciso con i carabinieri quando si è costituito, facendolo ritrovare fra la fitta vegetazione, in via Giglioli Valle) e ben poco della latitanza (solo la permanenza attorno ad un fiume, poi il “risveglio” e la decisione di costituirsi nella caserma dell’Arma di corso Cairoli). Men che meno sul movente passionale contestatogli dagli investigatori (il nordafricano dice solamente di conoscere la barista, la chiama “Steven”, per poi piangere quando gli parlano della sua morte a coltellate).
ALTRI ACCERTAMENTI
Intanto proseguono gli accertamenti da parte degli uomini della squadra mobile, coordinati dal pm Marco Marano (titolare del fascicolo). Sentite alcune persone con l’obiettivo di ricostruire meglio le abitudini del marocchino arrestato, a partire da quell’essere invischiato nello spaccio di hascisc e con l’area in cui si è nascosto durante la latitanza come luogo in cui svolgere quegli affari illeciti. Il pm Marano ha nominato un perito (Cristian Mauro) per svolgere tutta una serie di verifiche sui telefonini della vittima e dell’indagato. Da parte sua la difesa ha nominato come consulente di parte Sandro Salvati. C’erano stati dei contatti telefonici fra la giovane cinese e il suo aguzzino? Secondo la famiglia Zhou la conoscenza fra i due si è sempre limitata solo al bar Moulin Rouge dove il nordafricano più volte si era mostrato estremamente nervoso e collerico con la 24enne. Per gli inquirenti l’ira di un amore malato. —
T.S.
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