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Fra Reggio Emilia e il Kosovo Questa la missione del capitano

Ambra Prati
Fra Reggio Emilia e il Kosovo Questa la missione del capitano

Luigi Scalingi dal comando della Compagnia cittadina  al contingente Nato che opera per la pace nei Balcani

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Il capitano Luigi Scalingi, comandante della Compagnia carabinieri di Reggio Emilia, dal 5 giugno (giorno della festa dell’Arma) si trova in Kosovo, per partecipare a una missione Nato. Lì Scalingi, che per sei mesi è sostituito nella nostra città dal capitano Alessia Di Rocco, ha trovato come comandante del Reggimento Kfor-Msu (rispettivamente Kosovo force e Multinational specialized unit, una unità dell’Arma) Ruggiero Capodivento, che negli anni 90 è stato suo predecessore alla guida della Compagnia di Reggio Emilia.

«Per me è la prima esperienza all’estero e ritrovarmi come superiore Capodivento è stata una sorpresa inaspettata – ha raccontato il militare da Mitrovica –. Spesso ci scambiamo informazioni e impressioni su Reggio Emilia, sulla città, com’era e com’è diventata. Capodivento ha un ricordo bellissimo di Reggio e spesso mi racconta aneddoti. È un passaggio di consegna ideale».

Le missioni in Kosovo hanno spento venti candeline: nel giugno scorso è stato celebrato il ventennale di Kfor, voluta dall’Onu nel 1999. Sono passati due decenni da quando, proprio dalla volontà dell’allora regione di staccarsi dalla Serbia, scoppiò la miccia dei dissidi etnici che portarono alla polveriera balcanica. Dal 2008 il Kosovo è nazione indipendente, ma ancora fragile. «La situazione è tranquilla rispetto al passato, non ci sono scontri aperti, ma il livello di tensione latente resta alto», spiega Scalingi, di stanza a Mitrovica, capoluogo del Nord.

«Mitrovica è l’incarnazione della divisione etnica. La città con un 80% di albanesi, un 10% di serbi e un altro 10% di un mix di minoranze e religioni, è tagliata in due dal fiume Ibar. Un nostro presidio 24 ore al giorno si trova su uno dei tre ponti, che si può attraversare solo a piedi. A sud del fiume risiedono gli albanesi, con la loro lingua e la loro moneta, cioè l’euro; a nord i serbi, altra lingua e le lire serbe. Ancora più a nord, poi, sventolano le bandiere in cirillico».

Il Reggimento Kfor-Msu ha compiti di polizia militare, di ordine pubblico, di peacekeeping, per assicurare un ambiente sicuro e protetto e libertà di movimento, «intesa in senso estensivo, non solo del singolo ma anche delle istituzioni. Ad esempio a seguito delle dimissioni del premier, il 6 ottobre si svolgeranno le elezioni per il Parlamento monocamerale e noi seguiremo da vicino le fasi elettorali».

Il capitano precisa che i reati e l’ordine pubblico sono prerogativa della Kosovo police, che ha facoltà di rivolgersi al contingente italiano in caso di necessità. Scalingi è a capo della cellula G3, che si occupa di operazioni e di addestramento sia interno sia rivolto alla Kosovo police. «Negli ultimi due anni abbiamo allestito per gli agenti locali moduli specifici di addestramento su temi come ordine pubblico, investigazioni scientifiche, negoziatori, scorte alle autorità e squadre d’assalto, il corrispettivo dei nostri baschi verdi».

Le divise blu della Kfor-Msu, continua Scalingi, «si differenziano dalle forze dell’ordine locali. Gli stessi cittadini non ci percepiscono come soldati e ci accolgono in modo positivo. Abbiamo i mezzi con la scritta “carabinieri” e spesso veniamo riconosciuti e salutati dagli albanesi emigrati in Italia, che tornano in patria per le vacanze estive».

Rientra tra i compiti della missione l’attività Cimic (civil and military cooperation), cioè l’assistenza alla popolazione. «È l’aspetto più entusiasmante – conclude Scalingi –. Abbiamo un team specifico che, su indicazione di Cri o Caritas, ogni giorno raggiunge le famiglie bisognose della regione, distribuendo cibo, vestiti e giocattoli per bambini».

Tramite fondi del Comando operativo di vertice interforze del Ministero della Difesa, inoltre, «realizziamo piccoli progetti: dalla donazione di strumenti alla polizia locale, alla quale abbiamo fornito l’apparecchiatura per la fotosegnalazione e l’identificazione, alle strutture per le comunità, come i bagni per le scuole o per gli ospedali. Di recente abbiamo allestito a Gracanica un campo da basket, apprezzatissimo perché qui davvero le persone non hanno nulla».

Cosa manca dell’Italia? «Direi solo gli affetti, la lontananza dalle persone care; è lo scotto da pagare per questa bella esperienza. Il sacrificio è limitato a sei mesi. Il mio rientro è previsto per dicembre perché, tra l’altro, devo organizzare il matrimonio: quando rientro mi sposo. Se la mia convivente è ancora dell’idea». —



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