I figli di Francesco preparavano altri colpi Per i fratelli scatta l’aggravante mafiosa
Chiusa l’indagine della Dda, secondo l’Antimafia nel mirino c’erano anche Dante Gomme, Italghisa e un tabaccaio
reggio emilia. I fratelli Amato – Mario di 29 anni, Michele di 22 e Cosimo di 20, figli del sequestratore di Pieve Francesco –, che hanno terrorizzato Reggio Emilia con gli spari e le richieste estorsive ai danni di pizzerie e locali, avevano nel mirino altri tre locali: l’esercizio commerciale Dante Gomme, la discoteca Italghisa e un non meglio identificato tabaccaio. Gli investigatori della Dda ne hanno avuto contezza analizzando il nastro della macchina da scrivere marca Olivetti ET56 (tra gli oggetti sequestrati) usata per i messaggi estorsivi lasciati nelle quattro attività effettivamente colpite. «Tra le lettere, ricostruite attraverso il recupero dei segni impressi dai tasti, sono emerse altre missive sempre dal contenuto estorsivo (con richieste di pagamento di somme di denaro) rivolte ad ulteriori destinatari.
I tre giovani hanno allarmato l’intera città tra fine gennaio e inizio febbraio scorso, quando si sono susseguiti spari notturni contro le vetrate e richieste di “pizzo” a quattro attività. Il 26 gennaio alla pizzeria La Perla di Cadelbosco Sopra, alle 4.06, una mano ignota ha lasciato un biglietto minatorio con la richiesta di consegnare mille euro, seguita l’1 gennaio da un altro biglietto e sei colpi di pistola. Sempre il 26 gennaio, ore 4.21, stesso copione alla pizzeria “Piedigrotta 3”; anche qui un secondo messaggio il 7 febbraio, con l’esplosione di cinque colpi di una calibro 38 mai trovata. Il 7 febbraio la richiesta estorsiva arriva alla pizzeria “Piedigrotta 2” e al “Paprika”. Quando, l’8 febbraio, i responsabili hanno cercato di andare all’incasso della prima pizzeria, “La Perla”, telefonando al titolare da una cabina di via Bergonzi e ordinandogli di lasciare il denaro lungo la strada per Roncocesi, la telefonata è stata intercettata e all’appuntamento si sono presentati i carabinieri.
Una prima ordinanza di misura cautelare per i fratelli, per il reato di tentata estorsione, è stata confermata l’11 febbraio dal Gip di Reggio Emilia Dario De Luca, su richiesta del pm Isabella Chiesi. Fin dalle prime battute, però, poiché l’accaduto è in odore di ’ndrangheta, il fascicolo è passato alla Dda. Ieri il pm Beatrice Ronchi (l’accusa in Aemilia), sulla base delle indagini dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Reggio Emilia e Piacenza, ha ottenuto dal Gip del tribunale di Bologna un’ordinanza di misura cautelare eseguita dall’Arma, che ha raggiunto in carcere i destinatari, nel frattempo trasferiti in istituti di massima sicurezza: Mario a Genova, Michele a Voghera e Cosimo a Bologna. Per i tre il pm Ronchi ha riformulato il capo d’accusa: danneggiamento (ai locali) e tentata estorsione continuata in concorso e aggravata dal metodo mafioso «commessa da più persone riunite con le armi», per «agevolare l’attività dell’associazione di stampo mafioso denominata ’ndrangheta e in particolare del sodalizio emiliano, del quale Francesco Amato, padre dei tre, fa parte». Il pm Ronchi ha ritenuto che i giovani, «sebbene attualmente non ricoprano ruoli di vertice all’interno della ’ndrangheta, rappresentano il futuro della famiglia Amato all’interno della cosca». Una contiguità con la cosca dimostrata dal fatto che a casa di Mario sono state trovate «immagini sacre di San Michele Arcangelo e della Madonna di Polsi» riconducibili «ai riti di affiliazione della ’ndrangheta».
In tribunale a Reggio i fratelli hanno negato, affermando che nei giorni delle sparatorie si trovavano a Rosarno (RC). Un alibi fasullo, secondo la Dda, che ha ricostruito i movimenti degli Amato, filmati dalle telecamere delle pizzerie. Il maggiore dei tre, Mario, dopo aver scontato una pena per rapina, è stato scarcerato dalla Pulce il 24 dicembre 2018: si è recato a Rosarno rientrando a Reggio il 12 gennaio (e non il 4 febbraio, come dichiarato). Un elemento probatorio sono i veicoli usati nei raid: un’Audi A3 e uno scooter Yamaha T-Max intestati a terzi, ma secondo gli inquirenti in loro disponibilità. Nelle notti incriminate i fratelli spengono in contemporanea i cellulari per non essere localizzati; ma le celle telefoniche subito prima e subito dopo li indicano vicino a Cadelbosco. Altri elementi dell’accusa i vestiti (il giaccone blu con bordo di pelo sul cappuccio e i pantaloni con motivi di Michele corrispondono a quelli indossati dallo “sparatore” de La Perla) e la telefonata al titolare de La perla, riconosciuto in Cosimo «per l’intercalare “allora”». Tra gli oggetti sequestrati pure un giubbotto antiproiettile. —
Am.P.
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