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Poste di Pieve, le mani degli Amato sulla cosca

Ambra Prati
Poste di Pieve, le mani degli Amato sulla cosca

Il pentito Cortese: «Quel quartiere era il regno dei Sarcone, ora fuori gioco. È un messaggio: vogliono la loro fetta»

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Il sequestro lungo un giorno delle Poste di Pieve messo in atto da Francesco Amato è stato «un messaggio alla famiglia Sarcone, per dire che loro si vogliono prendere il territorio che adesso è rimasto vacante». Questa la chiave di lettura fornita dal pentito Angelo Salvatore Cortese, evidentemente riascoltato dalla Dda a seguito del clamoroso gesto.

Il 5 novembre 2018 Francesco Amato, il 56enne condannato in primo grado nel processo Aemilia a 19 anni e 1 mese di reclusione, si è asserragliato all’ufficio postale di Pieve, dove con un coltello ha tenuto in ostaggio la direttrice e quattro dipendenti per oltre otto ore, prima di arrendersi ai carabinieri: a dire dell’interessato, un gesto dimostrativo per “protestare” contro la condanna rimediata nel maxiprocesso e ritenuta ingiusta. Il 12 luglio scorso, al termine di un’udienza alquanto movimentata per le intemperanze del detenuto videocollegato dal carcere, Amato (che ha sempre negato di essere un ’ndranghetista) è stato condannato a 6 anni e 4 mesi per sequestro di persona e porto abusivo d’arma. L’attività investigativa della Dda ha preso le mosse dall’eclatante episodio, che Cortese ha interpretato come volontà di espansione della famiglia Amato nel territorio controllato da Nicolino Sarcone, ormai fuori dai giochi dopo la condanna di Aemilia. Riferendosi al 56enne Francesco, Cortese afferma: «Ecco lui è una persona molto intelligente e scaltra, non è il primo arrivato. Facendo quest’azione andava incontro a galera, oltre a quello che ha preso. Ma quello che mi ha colpito è che è andato proprio all’ufficio postale di Pieve Modolena, che era il regno dei Sarcone, di Nicolino e dei fratelli. Io mi recavo quasi giornalmente a Pieve, dove stavano costruendo tutte quelle abitazioni. Nella mia esperienza questo è un segnale. Per dire che la famiglia Amato conta su Reggio Emilia. Conta a livello di ’ndrangheta. Vuole prendere spazio su Reggio Emilia. Non sono i soliti zingari, che li usano per andare a bruciare una macchina o rubare un escavatore». Anche perché, prosegue Cortese, «dopo Aemilia non è che è finita, come voi ben sapete», «mancando i Sarcone, i Diletto... automaticamente ora sul territorio qualcuno deve subentrare». Gli Amato «vogliono la loro fetta. E questo gesto è una dimostrazione per tutti: la famiglia Amato c’è su Reggio Emilia e, se vuole, può fare danno». —



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