«Ho cambiato idea pensando a cosa disse Berlinguer»
Costa, segretario provinciale del Pd sulla trattativa per la nascita del governo
L’INTERVENTO
ANDREA COSTA*
Avrei rovesciato il tavolo molto prima. Così come il segretario nazionale, Nicola Zingaretti, ho pensato che la via maestra sarebbe stata raccontare casa per casa la distanza tra la propaganda del fu governo gialloverde e la realtà (della quale, tra l’altro, le persone si stanno già accorgendo), e attraverso il voto ristabilire chiaramente le differenze tra le due metà del campo di gioco. Eppure in direzione nazionale mercoledì mattina, dopo il discorso con cui il mio segretario ci chiedeva il mandato ad aprire la strada dell’accordo per una nuova maggioranza parlamentare, ho votato a favore.
Perché? Perché nei giorni e nelle ore che hanno preceduto la direzione ho avuto il privilegio di seguire da vicino il lavoro di Zingaretti e imparare molto. Soprattutto ho rivisto la politica fatta con umanità, con emozione, con fatica, lontana dal reality cui siamo stati abituati. Aveva una opinione sul da farsi Zingaretti, ma ha dimostrato di non essere un “padre padrone”, quanto piuttosto il custode e il rappresentante della comunità politica che lo ha scelto come segretario: a maggioranza quella comunità gli chiedeva di aprire un dialogo e lui si è fatto interprete di quel pensiero.
Mi sono ricordato di una intervista che feci a Bianca Berlinguer in una iniziativa a ricordo del padre, il “nostro” Enrico: «Tante volte gli capitò, da segretario, di avere una opinione di minoranza nella sua stessa segreteria e allora quella della maggioranza diventava l’idea di cui farsi portatore perché un segretario fa così», mi disse. E poi la fatica di costruirlo quell’accordo, con prove di forza continue, con il mutare costante degli umori degli interlocutori. Addirittura martedì notte sembrava tutto sul punto di fallire. E poi, invece, rimettersi a testa bassa sui pedali, come un ciclista davanti all’ennesima salita per ritrovare il filo di un dialogo che tanti pezzi di questo disastrato e splendido Paese ti chiedevano.
Perché i problemi sono tanti, le incertezze anche di più e allora serve uno sforzo di responsabilità che magari contrasta con l’istinto che hai nel cuore, ma certi appelli non si ignorano.
Lo sa bene chi fa il sindaco in trincea come me e come tutti i bravissimi colleghi che conosco nella nostra provincia che in Italia si sta peggio di 14 mesi fa: le richieste di appuntamento alle nostre segreterie stanno aumentando e sono quelle di persone che avevano un contratto a tempo che non è stato rinnovato, che non hanno una rete di sostegno, che non trovano risposte all’ansia di come pagare una bolletta.
È per loro, per provare a rimettere in carreggiata il Paese dopo la sbornia di cocktail e propaganda che il Pd sta facendo quello che sta facendo. Credo che sia l’esatto opposto della rinuncia alle proprie battaglie come ha scritto Carlo Calenda, uscendo dal partito.
Io rivendico fino in fondo i principi e i valori che mi fanno sentire diverso da altri partiti e movimenti, rivendico un modo di agire politico differente, e voglio battermi affinché un approccio culturale diametralmente opposto a quello dell’odio e della spregiudicatezza, della paura e della divisione si affermi come maggioritario. Ed è per questo che sarà fondamentale l’azione politica che il Pd dovrà fare sui territori: il vero errore sarebbe pensare che il Pd sia solo l’azione che saprà agire al governo.
Lì ci siamo per traguardare fuori dai guai il Paese, ma servirà un’azione politica tra la gente per costruire un orizzonte di pensiero condiviso e migliore.
Non cambia nulla, insomma, nel lavoro di costruzione di un modo differente di stare insieme tra le persone che è il vero, alto, obiettivo che deve darsi chi ha davvero a cuore la comunità e il tempo futuro. Andare al governo non è una scorciatoia. E alla fine di quelle 72 ore intense che ho passato nel cuore di questa crisi ho capito perché il tavolo non doveva essere rovesciato, ho capito cosa volesse dire Zingaretti quando ha detto: «Sarà durissima ma può essere l’occasione di rifondare il nostro essere nella società». E mi sono riconciliato con l’idea di politica che avevo in testa: quella delle emozioni, del cuore, fatta dalle persone e non da attori che recitano a comando a favor di telecamera. —
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