Iva evasa per 5 miliardi l’anno Dietro c’è la grande criminalità
Società fittizie che spariscono senza versare le imposte e che difficilmente vengono scoperte. «Con questi traffici le mafie si fanno ricche»
scandiano. Ci sono i maxifurti di bande specializzate e ci sono le cosiddette “truffe carosello”. Quelle che, grazie a una serie di società fittizie, spesso intestate a prestanomi che si vendono lo stesso tipo di merce l’una all’altra – si tratti di carni o di carburanti – consentono evasioni Iva da capogiro, perché alla fine della catena la società vende tutto, non paga l’Iva e sparisce, chiude i battenti, e chi si è visto si è visto.
Ma nel caso delle truffe carosello dietro c’è la grande mano della criminalità organizzata. «Le mafie – sostiene Andrea Salsi, presidente Scat – si fanno ricche con questo tipo di attività, relativamente semplice da mettere in atto e difficile da scoprire. Solo nel nostro settore, quello della commercializzazione dei carburanti, l’evasione Iva arriva a qualcosa come 5-6 miliardi di euro l’anno».
Una cifra da capogiro che come corollario si porta dietro la difficoltà del recupero. «I controlli fiscali che scattano in seguito al redditometro – prosegue Salsi – vengono fatti circa diciotto mesi dopo la presentazione dei bilanci. Arrivare con un ritardo di un anno e mezzo significa trovare aziende fantasma, sparite da tempo».
Assopetroli e Unione petrolifera, le organizzazioni sindacali dei produttori di carburanti, negli anni scorsi hanno bussato alle porte dei ministeri per fare presente la cosa e, soprattutto, per chiedere provvedimenti. «E il risultato è stato – conclude Salsi, fino a maggio vicepresidente di Assopetroli – che sono state approvate una serie di modifiche di legge che hanno irrigidito e complicato le normative, affaticando ancora di più tutti quegli imprenditori che lavorano onestamente». —
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